Migranti e le coop

Quando si accenna ai diversi dibattiti sull’immigrazione, vi è chi vede l’accoglienza come una sorta di business, chi, invece, pensa a solidarietà, aiuto ed ospitalità, dando valore esclusivamente all’aspetto umano.

Quando si accenna ai diversi dibattiti sull’immigrazione, vi è chi vede l’accoglienza come una sorta di business, chi, invece, pensa a solidarietà, aiuto ed ospitalità, dando valore esclusivamente all’aspetto umano.

Le cooperative, le associazioni ed anche non poche società a responsabilità limitata, negli ultimi anni hanno partecipato ai vari bandi, sorti per la gestione dei richiedenti asilo. Al di là delle ragioni che hanno spinto tali compagini verso i migranti, negli ultimi tempi le stesse confederazioni recriminano  che è venuto a mancare l’utile di impresa, ovvero il guadagno.

In particolare, in Emilia Romagna, le sezioni di Legacoopsociali, Confcooperative e Agci Solidarietà, dopo aver dato validità ai “principi inalienabili di solidarietà, rispetto e promozione” presenti nell’accordo per “un’accoglienza rispettosa dei diritti e delle persone accolte e dei lavoratori”, hanno fermamente criticato  i tagli effettuati dal Viminale, che hanno portato il costo a migrante da trentacinque a venti euro al giorno. E’ stato riesaminato, invero, il capitolato delle gare di appalto per “la fornitura di beni e servizi per la gestione e il funzionamento” dei centri di prima accoglienza. L’obiettivo è quello di eliminare sprechi biasimati anche dalla Corte dei Conti, garantendo, però, “i servizi primari e la dignità della persona, secondo le regole europee”.

Il pensiero delle coop è ben lontano. Ad avviso delle tre associazioni firmatarie dell’accordo, difatti, il nuovo schema del capitolato ridurrebbe la qualità dei servizi forniti ai migranti, con il rischio di disperdere il patrimonio etico e materiale della buona accoglienza. Non sarebbe più previsto, cioè, l’orientamento formativo e lavorativo, l’insegnamento della lingua italiana, il sostegno nell’accesso ai servizi sanitari e sociali, la presa in carico psico – sociale per le situazioni vulnerabili. Resterebbero, in buona sostanza, soltanto “vitto e alloggio”.

Vi è, tuttavia, una ragione dietro tale decisione : non solo, infatti, sono molteplici casi di servizi pagati dallo Stato e mai veramente elargiti dalle cooperative varie. Ma anche perché  risulta oltremodo paradossale che lo Stato debba investire sull’erogazione di servizi non essenziali a richiedenti asilo che, nel 70% dei casi, non otterranno mai lo status di rifugiato. Quindi, si ritiene che chi voleva arricchirsi con l’immigrazione, non troverà più conveniente interessarsi dei migranti e a lavorare nel mondo dell’accoglienza resteranno solamente i veri volontari, coloro che sono mossi da nobili ideali, scevri da secondi fini.

Ne deriva che le cooperative associate a Legacoopsociali, Confcooperative e Agci Solidarietà stanno seriamente pensando di non partecipare a eventuali gare di appalto, indette sulla base del nuovo schema di capitolato. La motivazione non riguarda più solo la riduzione dello standard di personale (che produce effetti negativi sulle condizioni di lavoro), tantomeno la presunta “compressione di diritti della persona accolta”, a causa dell’assenza di “servizi qualificati” per i migranti. Le associazioni asseriscono che il problema è anche, e soprattutto, di tipo economico. Tant’è vero che le coop lamentano che “la stima dei costi medi di riferimento” non prevede né costi aziendali, né “costi indispensabili per la manutenzione delle strutture e la fornitura di farmaci e prestazioni sanitarie non coperte dal SSN”.

Oltre ciò, nota di non poco conto, non sono nemmeno previsti utili di impresa, e tantomeno spese generali,  cioè non è assolutamente previsto il guadagno di chi si occupa di immigrati.

Quando si accenna ai diversi dibattiti sull’immigrazione, vi è chi vede l’accoglienza come una sorta di business, chi, invece, pensa a solidarietà, aiuto ed ospitalità, dando valore esclusivamente all’aspetto umano.

Le cooperative, le associazioni ed anche non poche società a responsabilità limitata, negli ultimi anni hanno partecipato ai vari bandi, sorti per la gestione dei richiedenti asilo. Al di là delle ragioni che hanno spinto tali compagini verso i migranti, negli ultimi tempi le stesse confederazioni recriminano che è venuto a mancare l’utile di impresa, ovvero il guadagno.

In particolare, in Emilia Romagna, le sezioni di Legacoopsociali, Confcooperative e Agci Solidarietà, dopo aver dato validità ai “principi inalienabili di solidarietà, rispetto e promozione” presenti nell’accordo per “un’accoglienza rispettosa dei diritti e delle persone accolte e dei lavoratori”, hanno fermamente criticato  i tagli effettuati dal Viminale, che hanno portato il costo a migrante da trentacinque a venti euro al giorno. È stato riesaminato, invero, il capitolato delle gare di appalto per “la fornitura di beni e servizi per la gestione e il funzionamento” dei centri di prima accoglienza. L’obiettivo è quello di eliminare sprechi biasimati anche dalla Corte dei Conti, garantendo, però, “i servizi primari e la dignità della persona, secondo le regole europee”.

Il pensiero delle coop è ben lontano. Ad avviso delle tre associazioni firmatarie dell’accordo, difatti, il nuovo schema del capitolato ridurrebbe la qualità dei servizi forniti ai migranti, con il rischio di disperdere il patrimonio etico e materiale della buona accoglienza. Non sarebbe più previsto, cioè, l’orientamento formativo e lavorativo, l’insegnamento della lingua italiana, il sostegno nell’accesso ai servizi sanitari e sociali, la presa in carico psico – sociale per le situazioni vulnerabili. Resterebbero, in buona sostanza, soltanto “vitto e alloggio”.

Vi è, tuttavia, una ragione dietro tale decisione : non solo, infatti, sono molteplici casi di servizi pagati dallo Stato e mai veramente elargiti dalle cooperative varie. Ma anche perché risulta oltremodo paradossale che lo Stato debba investire sull’erogazione di servizi non essenziali a richiedenti asilo che, nel 70% dei casi, non otterranno mai lo status di rifugiato. Quindi, si ritiene che chi voleva arricchirsi con l’immigrazione, non troverà più conveniente interessarsi dei migranti e a lavorare nel mondo dell’accoglienza resteranno solamente i veri volontari, coloro che sono mossi da nobili ideali, scevri da secondi fini.

Ne deriva che le cooperative associate a Legacoopsociali, Confcooperative e Agci Solidarietà stanno seriamente pensando di non partecipare a eventuali gare di appalto, indette sulla base del nuovo schema di capitolato. La motivazione non riguarda più solo la riduzione dello standard di personale (che produce effetti negativi sulle condizioni di lavoro), tantomeno la presunta “compressione di diritti della persona accolta”, a causa dell’assenza di “servizi qualificati” per i migranti. Le associazioni asseriscono che il problema è anche, e soprattutto, di tipo economico. Tant’è vero che le coop lamentano che “la stima dei costi medi di riferimento” non prevede né costi aziendali, né “costi indispensabili per la manutenzione delle strutture e la fornitura di farmaci e prestazioni sanitarie non coperte dal SSN”.

Oltre ciò, nota di non poco conto, non sono nemmeno previsti utili di impresa, e tantomeno spese generali, cioè non è assolutamente previsto il guadagno di chi si occupa di immigrati.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Migranti, la campagna “cartoline dalle Alpi”

Di recente l’attenzione pubblica ha posato il suo occhio sulla storia di Amir, raccontata in sei cartoline pubblicate e condivise sui social. Si tratta del cuore della campagna crowdfunding (vale a dire un finanziamento collettivo, volto all’utilizzo del proprio denaro in comune, per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni), che ha per scopo quello di donare 100 scarponi ai profughi che rischiano la vita, sognandone una migliore, nel tentativo di oltrepassare il confine italo-francese.

Amir, di origine nigeriana, vive in Italia da due anni ed è rimasto bloccato per giorni, in una stanza, al confine con la Francia. Un volontario gli ha fornito dei sacchetti di plastica da infilare nelle scarpe, sopra le calze, per aiutarlo perlomeno per il primo chilometro. Lui, però, è abituato a spostarsi con difficoltà. Ha trascorso, infatti, la maggior parte della sua vita a camminare senza scarpe. E gli è sempre piaciuto andare in giro a piedi nudi, sentire il terreno e i granelli di sabbia tra le dita.

Come Amir, chi attraversa le Alpi in direzione del confine con la Francia, spesso non è equipaggiato ad affrontare pareti ripide, nevai, sassi e pietre. L’obiettivo della campagna, allora, è quello di raccogliere circa duemila euro, da destinare all’acquisto di cento paia di scarponi da montagna da consegnare ad associazioni non-profit. Queste si adopereranno per distribuirli alle persone in attesa di partire. Altro scopo della nobile campagna è quello di denunciare ciò che sta accadendo sul confine, sensibilizzare chi ancora non conosce il trascorso di coloro che sono costretti a rischiare la propria vita, per evitare i controlli delle forze dell’ordine e poter raggiungere le proprie famiglie in Francia, o altri Paesi europei, per cercare lavoro dove vi sono più possibilità.

Allafrontiera con la Francia – si ricorda – soltanto nel mese di dicembre 2018 sono state soccorse duecentocinquanta persone, giunte dall’Africa occidentale, dall’Africa subsahariana, oltre a pachistani, bangladesi, curdi, siriani, afgani. Mentre lo scorso anno i migranti si recavano in Francia per raggiungere amici e parenti, attualmente fuggono dall’Italia perché temono di perdere la protezione umanitaria (diventando, quindi, “irregolari”).

“Cartoline dalle Alpi – 50 mila passi per Amir” è un progetto dei Creative Fighters di “Solo in Cartolina”, nato da professionisti dell’industria creativa nell’estate del 2018, per sostenere i profughi che rischiano la vita (nel tentativo di oltrepassare il confine italo-francese). Ebbene, lo scorso luglio 2018 creativi da tutta Italia hanno inviato i loro “saluti e baci” dalle varie località di mare, mostrando quello che accade davanti ai nostri occhi ogni estate, ma che si preferisce di non vedere.

Adesso, dal mare Mediterraneo lo sguardo raggiunge le Alpi, senza però dimenticare le persone più vulnerabili e fragili.

Avvocato Iacopo Pitorri

Migranti, torna la protezione umanitaria

Lo scorso 5 ottobre 2018 è entrato in vigore il cosiddetto Decreto Sicurezza (la Legge 1° dicembre 2018, n. 132 recante “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica”).

Lo scorso  5 ottobre 2018 è entrato in vigore il cosiddetto Decreto Sicurezza (la Legge 1 dicembre 2018, n. 132 recante “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica”).

Da quel momento, pertanto,  le commissioni per l’asilo politico hanno cominciato a ridurre le concessioni. A dicembre, infatti, solo il 3% dei richiedenti asilo ha ottenuto la protezione umanitaria. A gennaio, soltanto il 2% .

Il Decreto Sicurezza, fin dall’inizio, ha scatenato critiche e polemiche. Di contro a chi lo ha considerato come un miglioramento per la sicurezza dei cittadini, rendendo più efficace la gestione dell’immigrazione, vi è chi  invece ha sostenuto che lo stesso sia incostituzionale e che generi effetti controproducenti (facendo inevitabilmente aumentare il numero di stranieri in situazioni di irregolarità nel nostro Paese, con, quindi, effetti opposti a quelli auspicati).

Tra le notevoli modifiche del sistema, vi è stata quella inerente la  protezione umanitaria. Precedentemente durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto  il decreto ha introdotto una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. Numerose disposizioni del decreto hanno contribuito alla eliminazione della protezione umanitaria, che fino ad oggi era stata assegnata a circa metà dei richiedenti asilo (i quali hanno visto accogliere positivamente la propria domanda). Oggi, comunque, nonostante il decreto l’abbia cancellata, le commissioni per l’asilo stanno riprendendo a concederla. I dati del mese di febbraio lo confermano: i rifugiati che hanno ottenuto un permesso umanitario sono  passati dal 2% di gennaio al 28% di febbraio 2019.

Va evidenziato che il 19 febbraio scorso è stata depositata la sentenza della Corte di Cassazione con cui i giudici hanno riconosciuto che l’abrogazione del permesso per motivi umanitari – voluta dal governo – riguarda solamente coloro che hanno fatto domanda di asilo dopo il 5 ottobre 2018, data di entrata in vigore del provvedimento. Stando ai primi dati pubblicati online dal Viminale, degli oltre seimila richiedenti asilo, esaminati a febbraio, 425 hanno ottenuto lo status di rifugiati, 274 la protezione sussidiaria e ben 1.821 (il 28%) l’umanitaria. Un dato decisamente notevole. Successivamente è stato precisato dal Viminale che le nuove concessioni, stando al nuovo dato, sarebbero invece ferme a quota 112.

Lo scorso 5 ottobre 2018 è entrato in vigore il cosiddetto Decreto Sicurezza (la Legge 1° dicembre 2018, n. 132 recante “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113, recante disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica”).

Da quel momento, pertanto, le commissioni per l’asilo politico hanno cominciato a ridurre le concessioni. A dicembre, infatti, solo il 3% dei richiedenti asilo ha ottenuto la protezione umanitaria. A gennaio, soltanto il 2%.

Il Decreto Sicurezza, fin dall’inizio, ha scatenato critiche e polemiche. Di contro a chi lo ha considerato come un miglioramento per la sicurezza dei cittadini, rendendo più efficace la gestione dell’immigrazione, vi è chi invece ha sostenuto che lo stesso sia incostituzionale e che generi effetti controproducenti (facendo inevitabilmente aumentare il numero di stranieri in situazioni di irregolarità nel nostro Paese, con, quindi, effetti opposti a quelli auspicati).

Tra le notevoli modifiche del sistema, vi è stata quella inerente alla protezione umanitaria. Precedentemente durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto il decreto ha introdotto una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. Numerose disposizioni del decreto hanno contribuito alla eliminazione della protezione umanitaria, che fino ad oggi era stata assegnata a circa metà dei richiedenti asilo (i quali hanno visto accogliere positivamente la propria domanda). Oggi, comunque, nonostante il decreto l’abbia cancellata, le commissioni per l’asilo stanno riprendendo a concederla. I dati del mese di febbraio lo confermano: i rifugiati che hanno ottenuto un permesso umanitario sono passati dal 2% di gennaio al 28% di febbraio 2019.

Va evidenziato che il 19 febbraio scorso è stata depositata la sentenza della Corte di Cassazione con cui i giudici hanno riconosciuto che l’abrogazione del permesso per motivi umanitari – voluta dal governo – riguarda solamente coloro che hanno fatto domanda di asilo dopo il 5 ottobre 2018, data di entrata in vigore del provvedimento. Stando ai primi dati pubblicati online dal Viminale, degli oltre seimila richiedenti asilo, esaminati a febbraio, 425 hanno ottenuto lo status di rifugiati, 274 la protezione sussidiaria e ben 1.821 (il 28%) l’umanitaria. Un dato decisamente notevole. Successivamente è stato precisato dal Viminale che le nuove concessioni, stando al nuovo dato, sarebbero invece ferme a quota 112.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Corridoi umanitari

Il coordinatore di Mediterranean Hope (il progetto rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia – FCEI) ha recentemente dichiarato che vi è l’urgenza di realizzare un Corridoio umanitario europeo.

Il coordinatore di Mediterranean Hope (il progetto rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia – FCEI) ha recentemente dichiarato che vi è l’urgenza di realizzare un  Corridoio umanitario europeo.

L’iniziativa dei Corridoi Umanitari (CU) è nata dalla collaborazione ecumenica tra protestanti e cattolici: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Tavola valdese e Comunità di Sant’Egidio. I CU permettono a persone fuggite dai loro paesi e in condizione di vulnerabilità di accedere al loro diritto di chiedere asilo, utilizzando vie legali e sicure.

Le fondamenta giuridiche di tale iniziativa emergono dall’art. 25 del Regolamento CE 810/2009, che concede ai paesi Schengen la possibilità di rilasciare visti umanitari validi per il proprio territorio. Una volta in Italia i beneficiari hanno la possibilità di fare domanda di asilo, per la quale ricevono un adeguato supporto durante l’iter legislativo. Tra gli obiettivi del progetto, i più importanti sono eludere i viaggi della morte e le conseguenti tragedie in mare; combattere il business dei trafficantidi esseri umani e delle organizzazioni criminali; concedere a persone cosiddette “vulnerabili” (vale a dire vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio; gestire gli ingressi in totale sicurezza sul territorio italiano. La finalità dei Corridoi umanitari è quella di garantire sicurezza sia per i migranti, sia per chi già risiede in Italia, considerato che il rilascio dei visti è subordinato ad opportuni controlli  da parte del Ministero dell’Interno.

Dal punto di vista pratico, il funzionamento è il seguente: gli enti promotori attraverso le segnalazioni fornite da un network di collaboratori (ONG locali e internazionali, associazioni, Chiese e organismi ecumenici ecc.), stilano una lista di potenziali beneficiari, che viene esaminata dagli operatori in loco e successivamente trasmessa alle autorità consolari italiane, affinché possano rilasciare dei visti umanitari validi per l’Italia.

Una volta giunti nel nostro Paese,  i beneficiari sono presi in carico dai promotori del progetto in collaborazione, accompagnati e sostenuti in un percorso di integrazione legale-giuridico, lavorativo, scolastico e sanitario, al fine di raggiungere una graduale autonomia. L’accoglienza diffusa e partecipata genera solidarietà a livello ecumenico, favorisce l’inclusione sociale e fortifica le comunità locali impegnate nel progetto.

Ne deriva che i Corridoi Umanitari sono la dimostrazione di una sorta di valida sinergia tra la società civile e le istituzioni. Tant’è vero che il modello dei CU ha ricevuto importanti riconoscimenti. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha definito “un momento di realizzazione concreta dei principi della Costituzione italiana”. Il Parlamento europeo ha auspicato l’estensione dell’iniziativa anche ad altri Paesi Membri, posto che si tratta di un esempio cui l’Europa può ispirarsi per aiutare i migranti e affrontare gli attuali flussi di rifugiati.

Tra l’altro – è bene rammentarlo – il progetto non grava in alcun modo sullo Stato: i fondi, invero, provengono in larga parte dall’Otto per mille delle chiese valdesi e metodiste, da diverse comunità evangeliche in Italia e all’estero, da reti ecumeniche internazionali e da raccolte fondi come quella lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.

Considerato, perciò, che in Libia, attualmente, la situazione è estremamente difficile , Mediterranean Hope ha avanzato la proposta di aprire un “Corridoio umanitario europeo” per cinquantamila migranti. Dovrebbero essere accolti in Paesi dell’Unione Europea, con la collaborazione diretta delle rispettive società civili, così come accade in Italia, Francia e Belgio. Le testimonianze di coloro che sono stati rinchiusi e torturati  costituiscono, in quest’ottica, un grido di aiuto che richiede un impegno concreto e urgente, il quale deve necessariamente comprendere anche la tutela del diritto all’asilo e alla protezione internazionale.

L’Italia vuole garantire il pieno rispetto di tutti i diritti umani nei centri gestiti dal governo e nei quali operano le organizzazioni umanitarie e, concretamente, si sta adoperando non poco per dare il proprio sostegno ai “programmi di rimpatrio volontari” (nei quali sono direttamente coinvolte le organizzazioni umanitarie che lavorano a Tripoli).

Ulteriormente il governo italiano sta aiutando i libici a rafforzare il controllo delle proprie frontiere, tramite la fornitura di motovedette e apparecchiature per le comunicazioni satellitari e radio.

Il coordinatore di Mediterranean Hope (il progetto rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia – FCEI) ha recentemente dichiarato che vi è l’urgenza di realizzare un Corridoio umanitario europeo.

L’iniziativa dei Corridoi Umanitari (CU) è nata dalla collaborazione ecumenica tra protestanti e cattolici: Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Tavola valdese e Comunità di Sant’Egidio. I CU permettono a persone fuggite dai loro paesi e in condizione di vulnerabilità di accedere al loro diritto di chiedere asilo, utilizzando vie legali e sicure.

Le fondamenta giuridiche di tale iniziativa emergono dall’art. 25 del Regolamento CE 810/2009, che concede ai paesi Schengen la possibilità di rilasciare visti umanitari validi per il proprio territorio. Una volta in Italia i beneficiari hanno la possibilità di fare domanda di asilo, per la quale ricevono un adeguato supporto durante l’iter legislativo. Tra gli obiettivi del progetto, i più importanti sono eludere i viaggi della morte e le conseguenti tragedie in mare; combattere il business dei trafficantidi esseri umani e delle organizzazioni criminali; concedere a persone cosiddette “vulnerabili” (vale a dire vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, donne sole, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio; gestire gli ingressi in totale sicurezza sul territorio italiano. La finalità dei Corridoi umanitari è quella di garantire sicurezza sia per i migranti, sia per chi già risiede in Italia, considerato che il rilascio dei visti è subordinato ad opportuni controlli da parte del Ministero dell’Interno.

Dal punto di vista pratico, il funzionamento è il seguente: gli enti promotori attraverso le segnalazioni fornite da un network di collaboratori (ONG locali e internazionali, associazioni, Chiese e organismi ecumenici ecc.), stilano una lista di potenziali beneficiari, che viene esaminata dagli operatori in loco e successivamente trasmessa alle autorità consolari italiane, affinché possano rilasciare dei visti umanitari validi per l’Italia.

Una volta giunti nel nostro Paese, i beneficiari sono presi in carico dai promotori del progetto in collaborazione, accompagnati e sostenuti in un percorso di integrazione legale-giuridico, lavorativo, scolastico e sanitario, al fine di raggiungere una graduale autonomia. L’accoglienza diffusa e partecipata genera solidarietà a livello ecumenico, favorisce l’inclusione sociale e fortifica le comunità locali impegnate nel progetto.

Ne deriva che i Corridoi Umanitari sono la dimostrazione di una sorta di valida sinergia tra la società civile e le istituzioni. Tant’è vero che il modello dei CU ha ricevuto importanti riconoscimenti. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha definito “un momento di realizzazione concreta dei principi della Costituzione italiana”. Il Parlamento europeo ha auspicato l’estensione dell’iniziativa anche ad altri Paesi Membri, posto che si tratta di un esempio cui l’Europa può ispirarsi per aiutare i migranti e affrontare gli attuali flussi di rifugiati.

Tra l’altro – è bene rammentarlo – il progetto non grava in alcun modo sullo Stato: i fondi, invero, provengono in larga parte dall’Otto per mille delle chiese valdesi e metodiste, da diverse comunità evangeliche in Italia e all’estero, da reti ecumeniche internazionali e da raccolte fondi come quella lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.

Considerato, perciò, che in Libia, attualmente, la situazione è estremamente difficile, Mediterranean Hope ha avanzato la proposta di aprire un “Corridoio umanitario europeo” per cinquantamila migranti. Dovrebbero essere accolti in Paesi dell’Unione Europea, con la collaborazione diretta delle rispettive società civili, così come accade in Italia, Francia e Belgio. Le testimonianze di coloro che sono stati rinchiusi e torturati costituiscono, in quest’ottica, un grido di aiuto che richiede un impegno concreto e urgente, il quale deve necessariamente comprendere anche la tutela del diritto all’asilo e alla protezione internazionale.

L’Italia vuole garantire il pieno rispetto di tutti i diritti umani nei centri gestiti dal governo e nei quali operano le organizzazioni umanitarie e, concretamente, si sta adoperando non poco per dare il proprio sostegno ai “programmi di rimpatrio volontari” (nei quali sono direttamente coinvolte le organizzazioni umanitarie che lavorano a Tripoli).

Ulteriormente il governo italiano sta aiutando i libici a rafforzare il controllo delle proprie frontiere, tramite la fornitura di motovedette e apparecchiature per le comunicazioni satellitari e radio.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Migranti, una fiaccolata in Toscana

Successivamente alla  manifestazione antirazzista “People –  prima le persone”, che ha sfilato il 2 marzo scorso per il centro di Milano (presenti circa 250mila persone), anche in Toscana, precisamente a Castellina Marittima (Comune italiano di circa duemila abitanti, della provincia d Pisa) il Sindaco del luogo, in collaborazione con la parrocchia del piccolo Comune, l’ANPI (l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, nata circa un quinquennio fa) e l’ARCI locale (il circolo culturale di piazza Guerrazzi), si sono ritrovati per invocare un “no” al decreto Sicurezza.

 Il tutto è stato realizzato dando vita ad una spettacolare fiaccolata, simbolo della luce che oltrepassa il buio, la chiusura, le ostilità nei riguardi dei migranti.

Notevole è stato il consenso partecipativo della comunità.

A mobilitarsi è stata gran parte della Bassa Val di Cecina, giunta nella nota piazza Don Gallo, teatro che ha avuto per protagoniste attive le amministrazioni dei Comuni di Casale Marittimo, Casciana-Lari, Collesalvetti, Guardistallo, Montecatini Val di Cecina, Montescudaio, Monteverdi Marittimo, Riparbella, Rosignano Marittimo, Santa Luce, oltre al Consiglio Regionale (che, per l’occasione, ha mandato sul posto un suo rappresentante) ed al Sindaco del Comune di Vecchiano, Presidente della Provincia di Pisa.

Dallo spirito della manifestazione a favore del fenomeno migratorio sono emerse forti grida di fratellanza, solidarietà, integrazione, ricerca di soluzioni che vadano al di là degli sterili impedimenti degli sbarchi, o di inefficaci direttive, o superficiali atteggiamenti decisionali, ovvero inutili muri di contrasto ai sogni e alle speranze di una vita nuova per gli immigrati.

Secondo i partecipanti alla manifestazione, le politiche sull’evento migratorio vanno comunque viste indipendentemente alle risposte e/o alle alternative che ogni governo ha inteso fornire, di volta in volta, posto che il fenomeno è diventato costante e continuo già dagli anni Novanta e più che scemare, è in aumento. Ciò perché, al di là di persecuzioni politiche, guerre, miseria e sofferenze, mancanza di lavoro e violenze, la variazione del clima che persiste scaturirà, da qui al 2050, movimenti migratori senza precedenti verso i grandi paesi dell’occidente civilizzato.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Cittadinanza italiana per gli eroi dell’autobus dirottato

Qualche giorno fa, in Italia, una drammatica storia ha lasciato tutti col fiato sospeso. A San Donato Milanese, a poca distanza dall’aeroporto di Linate, l’autista di un pullman, un senegalese di 47 anni, con cittadinanza italiana dal 2004, voleva compiere un massacro. Grazie alla provvidenziale chiamata ai Carabinieri, avvenuta dal cellulare di uno studente a bordo del mezzo, i 51 ragazzi della seconda media della “Vailati” di Crema sono stati tratti in salvo. Quel ragazzo è Ramy Shehata (di origine egiziana). Insieme ad Adam El Hamami, marocchino, ha compiuto un gesto davvero eroico.

Basti pensare che l’autista aveva nascosto alcune taniche di benzina sull’autobus. Quando i ragazzi sono saliti, ha iniziato a minacciare tutti, costringendo le insegnanti a legare loro i polsi. Ha requisito i telefonini degli alunni, ma Ramy è riuscito a nascondere il suo. Grazie all’immediato contatto con le forze dell’ordine, immediatamente i carabinieri si sono messi all’inseguimento del pullman. Mentre l’autista gridava di voler compiere una strage per fermare le morti nel Mediterraneo, fuggendo, è finito sul guardrail. È stato allora che ha sparso la benzina sulle cappelliere e sui sedili, appiccando il fuoco.  I militari dell’Arma sono però stati prontissimi: rotti i finestrini, hanno fatto irruzione e provveduto prontamente a far scendere i ragazzi. E quando il senegalese ne ha trascinato uno a sé, minacciando di ucciderlo, lo hanno disarmato, portando tutti in salvo.

Strage sventata, pertanto. Il tutto grazie al tredicenne Ramy Shehata e ad Adam El Hamami, che con il primo ha avvisato i carabinieri durante il sequestro del bus, fornendo immediatamente la posizione dello stesso. L’uomo aveva precedenti per guida in stato di ebbrezza e violenza sui minori. Per la società Autoguidovie il senegalese Sy non aveva mai dato segni di squilibrio, non era mai stata ricevuta alcuna lamentela per il suo operato e nessuno era a conoscenza dei suoi precedenti penali. L’autista ha, tuttavia, ammesso di aver caricato prima del sequestro un video su youtube, inviato in Senegal a familiari e amici, palesando la sua intenzione di “punire l’Europa per le politiche sui migranti”. 

A seguito del tragico episodio – conclusosi, fortunatamente, a lieto fine – il Ministero dell’Interno ha dato il consenso per concedere la cittadinanza a Ramy.

L’iter per la cittadinanza, ovviamente, sarà avviato anche per Adam El Hamami, anche lui di tredici anni e figlio di immigrati, che ha dato l’allarme alle forze dell’ordine.

Il provvedimento, però, coinvolgerà soltanto i ragazzi e non riguarderà anche le loro famiglie. Cioè non si concederà la cittadinanza al padre del ragazzo, che ha anche precedenti penali. Operaio, in Italia dal 1996, avrebbe nel suo passato degli illeciti amministrativi e vecchi precedenti contro il patrimonio a suo carico, commessi tra Crema e Cremona. Tra l’altro, qualora venisse concessa la cittadinanza a Ramy, questa non si stenderebbe automaticamente ai suoi familiari.

Il papà di Ramy, infatti, non diventerebbe italiano, ma soltanto parente di cittadino italiano. È stato, comunque, precisato dal legale dei genitori dei ragazzi eroi che questi ultimi non hanno mai inteso chiedere, e non richiedono, nulla per se stessi.

Saranno ricevuti al Viminale i cinque ragazzi della scuola Media “Vailati” e dodici carabinieri, coinvolti nel dirottamento dello scuolabus sulla strada Paullese, in zona San Donato Milanese. 

I ragazzi sono: Adam che, dopo aver nascosto il telefonino al terrorista, è riuscito a chiamare i carabinieri fornendo indicazioni utili; Aurora che, presa in ostaggio, che ha mantenuto la calma e il sangue freddo; Fabio, che ha parlato con il terrorista nel tentativo di dissuaderlo e tranquillizzarlo; Nicolò, che si è coraggiosamente offerto come ostaggio dopo la richiesta del terrorista e Ramy, che ha chiamato i carabinieri.

Avvocato Iacopo Pitorri