Migranti, accoglienza in Yemen, tra guerra e fame.

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Eppure, quando si pensa allo Yemen, non possiamo che far riferimento alla catastrofe umanitaria, in cui questo Stato poverissimo è precipitato con il colpo di stato.

 Otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle  zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i quattordici milioni di persone sull’orlo della carestia, le dodicimila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Ulteriormente si pensa ad una guerra – quella tra l’Iran e l’Arabia saudita – di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi, tragici esempi. Si tratta di un conflitto che si è internazionalizzato, per cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato una risoluzione (dai toni duri ed aspri), la n. 2216 del 2015, approvata con quattordici voti a favore e l’astensione della Russia,  per poi decidere la nomina di un inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed  – prima –  e Martin Griffiths – poi –  con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti, con l’auspicio di promuovere un negoziato di pace.

Si susseguono  notizie inquietanti. Ebbene, in questo contesto  così difficile  si sta verificando, come detto all’inizio, un incredibile fenomeno: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che  si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle centomila unità nel 2017 alle centocinquantamila nel 2018.

Secondo l’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951, che si occupa di migrazioni), cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno riscontrate nella economicità del trasporto realizzato dai trafficanti,  nella possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore, passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

Questi migranti, fondamentalmente, sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati palesemente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa – mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi, che si stimano intorno al 90% del totale. Questi migranti restano qualche tempo in Yemen, per poi tentare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali misere,  nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.

Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali, nei campi per i rifugiati, che non sono neanche in condizioni di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono queste persone, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, a testimonianza della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore. In queste condizioni, è evidente che i diritti umani di questi migranti siano una utopia.

Quando si parla di Yemen  si accenna anche  al disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e della violenza che ne attraversano il territorio.

Tutto ciò offre spunti di riflessione sul fenomeno migratorio che investe l’Africa.

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Eppure, quando si pensa allo Yemen, non possiamo che far riferimento alla catastrofe umanitaria, in cui questo Stato poverissimo è precipitato con il colpo di stato.

 Otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i quattordici milioni di persone sull’orlo della carestia, le dodicimila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Ulteriormente si pensa ad una guerra – quella tra l’Iran e l’Arabia Saudita – di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi, tragici esempi. Si tratta di un conflitto che si è internazionalizzato, per cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato una risoluzione (dai toni duri ed aspri), la n. 2216 del 2015, approvata con quattordici voti a favore e l’astensione della Russia, per poi decidere la nomina di un inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed  – prima –  e Martin Griffiths – poi –  con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti, con l’auspicio di promuovere un negoziato di pace.

Si susseguono notizie inquietanti. Ebbene, in questo contesto così difficile si sta verificando, come detto all’inizio, un incredibile fenomeno: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle centomila unità nel 2017 alle centocinquantamila nel 2018.

Secondo l’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951, che si occupa di migrazioni), cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno riscontrate nella economicità del trasporto realizzato dai trafficanti,  nella possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore, passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

Questi migranti, fondamentalmente, sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati palesemente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa – mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi, che si stimano intorno al 90% del totale. Questi migranti restano qualche tempo in Yemen, per poi tentare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali misere, nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.

Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali, nei campi per i rifugiati, che non sono neanche in condizioni di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono queste persone, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, a testimonianza della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore. In queste condizioni, è evidente che i diritti umani di questi migranti siano una utopia.

Quando si parla di Yemen si accenna anche al disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e della violenza che ne attraversano il territorio.

Tutto ciò offre spunti di riflessione sul fenomeno migratorio che investe l’Africa.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

Le Elezioni Europee 2019

Con il voto alle elezioni europee, i cittadini europei, dal 23 al 26 maggio 2019  eleggeranno il prossimo Parlamento europeo; saranno cioè chiamati a scegliere i 705 membri che li rappresenteranno in Europa fino al 2024.

Con il voto alle elezioni europee, i cittadini europei, dal 23 al 26 maggio 2019  eleggeranno il prossimo Parlamento europeo; saranno cioè chiamati a scegliere i 705 membri che li rappresenteranno in Europa fino al 2024.

Vi sarà, quindi, una nuova Europa, per i prossimi anni, auspicabilmente più efficace, che dovrà agire affrontando importanti scelte in merito all’occupazione, alle imprese, alla sicurezza, alla migrazione e ai cambiamenti climatici.

Dal 1957 l’Unione europea svolge il suo lavoro a favore dei cittadini, adoperandosi per la pace, contribuendo alla salvaguardia dei diritti politici, sociali ed economici fondamentali. E’ bene, in vero, rammentare che l’Europa centrale e occidentale non ha mai conosciuto un periodo senza guerre così lungo. L’UE costituisce il progetto di pace di maggior successo della storia.

Il mercato unico è il mercato più sviluppato e aperto del mondo. Si basa sulle quattro libertà fondamentali dell’UE, che permettono ai cittadini di vivere e lavorare in qualsiasi paese dell’UE, di trasferire denaro, vendere beni senza limitazioni e fornire servizi secondo gli stessi criteri.

Considerato, poi che i Paesi dell’UE collaborano strettamente, i nostri alimenti e il nostro ambiente soddisfano alcune tra le norme di qualità più rigorose al mondo. Le imprese senza scrupoli non possono vendere alimenti contaminati o inquinare impunemente fiumi e campagne.

Anche, nel quotidiano, i consumatori possono sentirsi al sicuro sapendo che riceveranno un rimborso se restituiscono un prodotto. Gli standard che i beni venduti nei negozi dell’UE devono soddisfare sono tra i più rigorosi al mondo, sia in termini di qualità che  di sicurezza.

L’UE tutela tutte le minoranze e i gruppi vulnerabili e difende le persone oppresse. L’UE promuove sulla parità di trattamento per tutti, a prescindere da nazionalità, sesso, lingua parlata, cultura, professione, disabilità o orientamento sessuale.

Oltre ciò, agendo in modalità uniforme, i Paesi dell’UE hanno maggiore peso sulla scena mondiale politica, rispetto a ventotto nazioni di piccole e medie dimensioni, che agiscono separatamente. A livello commerciale, le norme dell’Unione per la regolamentazione e i prodotti sono adottate in tutto il mondo.

Ulteriormente va evidenziato che tutti i lavoratori sono protetti dal trattamento iniquo sul luogo di lavoro previsto dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE. È vietata, invero, la discriminazione, anche in termini di retribuzione e di licenziamenti. In qualità di cittadino dell’UE, si è infatti protetti dagli effetti negativi della globalizzazione grazie al sostegno dell’UE alle piccole imprese, nonché alle norme che garantiscono che le grandi imprese paghino la loro parte di imposte.

Con il voto alle elezioni europee, i cittadini europei, dal 23 al 26 maggio 2019  eleggeranno il prossimo Parlamento europeo; saranno cioè chiamati a scegliere i 705 membri che li rappresenteranno in Europa fino al 2024.

Vi sarà, quindi, una nuova Europa, per i prossimi anni, auspicabilmente più efficace, che dovrà agire affrontando importanti scelte in merito all’occupazione, alle imprese, alla sicurezza, alla migrazione e ai cambiamenti climatici.

Dal 1957 l’Unione europea svolge il suo lavoro a favore dei cittadini, adoperandosi per la pace, contribuendo alla salvaguardia dei diritti politici, sociali ed economici fondamentali.

È bene, in vero, rammentare che l’Europa centrale e occidentale non ha mai conosciuto un periodo senza guerre così lungo. L’UE costituisce il progetto di pace di maggior successo della storia.

Il Mercato Unico è il mercato più sviluppato e aperto del mondo. Si basa sulle quattro libertà fondamentali dell’UE, che permettono ai cittadini di vivere e lavorare in qualsiasi paese dell’UE, di trasferire denaro, vendere beni senza limitazioni e fornire servizi secondo gli stessi criteri.

Considerato, poi che i Paesi dell’UE collaborano strettamente, i nostri alimenti e il nostro ambiente soddisfano alcune tra le norme di qualità più rigorose al mondo. Le imprese senza scrupoli non possono vendere alimenti contaminati o inquinare impunemente fiumi e campagne.

Anche, nel quotidiano, i consumatori possono sentirsi al sicuro sapendo che riceveranno un rimborso se restituiscono un prodotto. Gli standard che i beni venduti nei negozi dell’UE devono soddisfare sono tra i più rigorosi al mondo, sia in termini di qualità che di sicurezza.

L’UE tutela tutte le minoranze e i gruppi vulnerabili e difende le persone oppresse. L’UE promuove sulla parità di trattamento per tutti, a prescindere da nazionalità, sesso, lingua parlata, cultura, professione, disabilità o orientamento sessuale.

Oltre ciò, agendo in modalità uniforme, i Paesi dell’UE hanno maggiore peso sulla scena mondiale politica, rispetto a ventotto nazioni di piccole e medie dimensioni, che agiscono separatamente. A livello commerciale, le norme dell’Unione per la regolamentazione e i prodotti sono adottate in tutto il mondo.

Ulteriormente va evidenziato che tutti i lavoratori sono protetti dal trattamento iniquo sul luogo di lavoro previsto dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE. È vietata, invero, la discriminazione, anche in termini di retribuzione e di licenziamenti. In qualità di cittadino dell’UE, si è infatti protetti dagli effetti negativi della globalizzazione grazie al sostegno dell’UE alle piccole imprese, nonché alle norme che garantiscono che le grandi imprese paghino la loro parte di imposte.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

La questione migratoria e l’Unione Europea

La questione migratoria che l’Europa sta attualmente affrontando si è andata ormai sempre più sviluppando da diversi anni. Le difficoltà degli Stati membri di far fronte ai flussi, dividendosi e ricorrendo a risposte unilaterali piuttosto che cercare una risposta comune, ha comportato un aggravarsi della situazione dal 2015, anno in cui i flussi diretti verso l’Europa raggiunto il loro apice.

La questione migratoria che l’Europa sta attualmente affrontando si è andata ormai sempre più sviluppando da diversi anni.. Le difficoltà degli Stati membri di far fronte ai flussi, dividendosi e ricorrendo a risposte unilaterali piuttosto che cercare una risposta comune, ha comportato un aggravarsi della situazione dal 2015, anno in cui i flussi diretti verso l’Europa raggiunto il loro apice.

 Si ritiene che vi siano alcuni limiti che caratterizzano gli strumenti di cui l’Unione si è dotata in ambito migratorio. Uno di questi è costituito dal  Regolamento di Dublino. Più specificamente si tratta di un trattato internazionale multilaterale in tema di diritto di asilo, che verte sul principio secondo cui lo Stato che permette l’ingresso di un richiedente asilo nel suo territorio è responsabile dell’esame della sua richiesta. Oltre ciò, qualora si verifichino movimenti secondari verso un altro Stato membro, la convenzione prevede il trasferimento di questi individui al Paese di primo ingresso.

Ciò, tuttavia, ha fatto sì che il peso dei flussi migratori continuasse a gravare su pochi Paesi che, per una mera questione geografica, si sono trovati soli a gestire l’elevato numero di arrivi. Basti pensare che nel 2014 cinque stati membri hanno gestito il 72% delle richieste d’asilo in Europa. L’Unione europea, di fronte agli evidenti limiti dei propri strumenti, all’impossibilità di trovare una risposta comune basata sul principio di solidarietà e alle conseguenze che questa situazione ha avuto da subito  sull’opinione pubblica,  ha cominciato a percepire l’immigrazione come un problema per l’Ue. Per tale ragione ha iniziato a guardare a Stati terzi, nel tentativo di muoversi verso un processo di esternalizzazione del fenomeno migratorio. Nel 2015 l’Unione europea ha compreso l’importanza di trovare una soluzione per limitare i flussi diretti verso il suo territorio. L’UE   ha promosso una nuova strategia incentrata sull’azione esterna, basata su un approccio tra sviluppo e controllo delle frontiere. La prima azione posta in essere dall’Unione Europea per risolvere il problema (vale a dire bloccare i flussi migratori, per prevenire il subentrare della responsabilità nei confronti dei migranti), si è manifestata nell’accordo tra la stessa e la Turchia, nel 2016. L’accordo è stato presentato dalla Commissione e dal Consiglio europeo come un importante strumento, voluto per arginare le difficoltà del momento che l’Unione si è trovata ad affrontare nel ricorrere a strumenti di emergenza per farvi fronte. Ha, ovviamente, suscitato non poche critiche, soprattutto inerenti le condizioni dei richiedenti asilo in Turchia, inclusa la possibile violazione del principio di non respingimento, ossia l’impossibilità di espellere individui aventi diritto allo status di rifugiato, così come sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1954. Risultato: l’accordo con la Turchia ha portato a una forte riduzione dei flussi.

La Commissione, preso atto del successo dell’accordo Ue-Turchia, ha deciso di istituzionalizzarne il modello. Ha, pertanto, presentato il Migration Partnership Framework (Mpf), ottenendo l’appoggio del Consiglio europeo, riunitosi in un vertice informale il 28 giugno 2016. Tra gli obiettivi primari vi ha assunto particolare rilievo quello di salvare il maggior numero possibile di vite nel Mediterraneo e di incrementare il numero dei rimpatri verso i paesi di origine e transito. Oltre ciò, vi è stata  la volontà di affrontare le cause scatenanti dei fenomeni migratori, lavorando sul miglioramento delle condizioni nei Paesi di origine.

Sotto il profilo della realizzazione, tuttavia, sono stati sollevati molti dubbi. Ciò perché il MPF dovrebbe essere regolato dall’articolo 21 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Euroepa (Tfue), il quale sancisce l’importanza che l’azione dell’Unione dal punto di vista internazionale   venga perseguita secondo i principi che ne hanno ispirato la creazione (tra cui la protezione dei diritti fondamentali). Nel documento, infatti, la Commissione ha evidenziato come nessun’area di azione dell’Unione avrebbe dovuto essere esentata da questo approccio, al fine di dare massima rilevanza alla cooperazione in ambito migratorio. Quella che si viene a verificare oggi, quindi, altro non è che la normalizzazione di un’azione dell’Unione Europea presentata come necessaria per fronteggiare una situazione emergenziale già da diversi anni.

Il MPF rappresenta un capovolgimento per l’azione esterna dell’Ue:  precedentemente volta ad utilizzare i fondi per far rispettare e rafforzare i diritti fondamentali nei Paesi partner; attualmente incentrata quasi esclusivamente sulla riduzione dei flussi.

Un cambiamento che può essere ricondotto all’impatto della crisi migratoria sull’Unione Europea.

La questione migratoria che l’Europa sta attualmente affrontando si è andata ormai sempre più sviluppando da diversi anni. Le difficoltà degli Stati membri di far fronte ai flussi, dividendosi e ricorrendo a risposte unilaterali piuttosto che cercare una risposta comune, ha comportato un aggravarsi della situazione dal 2015, anno in cui i flussi diretti verso l’Europa raggiunto il loro apice.

 Si ritiene che vi siano alcuni limiti che caratterizzano gli strumenti di cui l’Unione si è dotata in ambito migratorio. Uno di questi è costituito dal Regolamento di Dublino. Più specificamente si tratta di un trattato internazionale multilaterale in tema di diritto di asilo, che verte sul principio secondo cui lo Stato che permette l’ingresso di un richiedente asilo nel suo territorio è responsabile dell’esame della sua richiesta. Oltre ciò, qualora si verifichino movimenti secondari verso un altro Stato membro, la convenzione prevede il trasferimento di questi individui al Paese di primo ingresso.

Ciò, tuttavia, ha fatto sì che il peso dei flussi migratori continuasse a gravare su pochi Paesi che, per una mera questione geografica, si sono trovati soli a gestire l’elevato numero di arrivi. Basti pensare che nel 2014 cinque stati membri hanno gestito il 72% delle richieste d’asilo in Europa. L’Unione europea, di fronte agli evidenti limiti dei propri strumenti, all’impossibilità di trovare una risposta comune basata sul principio di solidarietà e alle conseguenze che questa situazione ha avuto da subito  sull’opinione pubblica,  ha cominciato a percepire l’immigrazione come un problema per l’Ue. Per tale ragione ha iniziato a guardare a Stati terzi, nel tentativo di muoversi verso un processo di esternalizzazione del fenomeno migratorio. Nel 2015 l’Unione europea ha compreso l’importanza di trovare una soluzione per limitare i flussi diretti verso il suo territorio. L’UE   ha promosso una nuova strategia incentrata sull’azione esterna, basata su un approccio tra sviluppo e controllo delle frontiere. La prima azione posta in essere dall’Unione Europea per risolvere il problema (vale a dire bloccare i flussi migratori, per prevenire il subentrare della responsabilità nei confronti dei migranti), si è manifestata nell’accordo tra la stessa e la Turchia, nel 2016. L’accordo è stato presentato dalla Commissione e dal Consiglio europeo come un importante strumento, voluto per arginare le difficoltà del momento che l’Unione si è trovata ad affrontare nel ricorrere a strumenti di emergenza per farvi fronte. Ha, ovviamente, suscitato non poche critiche, soprattutto inerenti alle condizioni dei richiedenti asilo in Turchia, inclusa la possibile violazione del principio di non respingimento, ossia l’impossibilità di espellere individui aventi diritto allo status di rifugiato, così come sancito nella Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1954. Risultato: l’accordo con la Turchia ha portato a una forte riduzione dei flussi.

La Commissione, preso atto del successo dell’accordo Ue-Turchia, ha deciso di istituzionalizzarne il modello. Ha, pertanto, presentato il Migration Partnership Framework (Mpf), ottenendo l’appoggio del Consiglio europeo, riunitosi in un vertice informale il 28 giugno 2016. Tra gli obiettivi primari vi ha assunto particolare rilievo quello di salvare il maggior numero possibile di vite nel Mediterraneo e di incrementare il numero dei rimpatri verso i paesi di origine e transito. Oltre ciò, vi è stata la volontà di affrontare le cause scatenanti dei fenomeni migratori, lavorando sul miglioramento delle condizioni nei Paesi di origine.

Sotto il profilo della realizzazione, tuttavia, sono stati sollevati molti dubbi. Ciò perché il MPF dovrebbe essere regolato dall’articolo 21 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Euroepa (Tfue), il quale sancisce l’importanza che l’azione dell’Unione dal punto di vista internazionale   venga perseguita secondo i principi che ne hanno ispirato la creazione (tra cui la protezione dei diritti fondamentali). Nel documento, infatti, la Commissione ha evidenziato come nessun’area di azione dell’Unione avrebbe dovuto essere esentata da questo approccio, al fine di dare massima rilevanza alla cooperazione in ambito migratorio. Quella che si viene a verificare oggi, quindi, altro non è che la normalizzazione di un’azione dell’Unione Europea presentata come necessaria per fronteggiare una situazione emergenziale già da diversi anni.

Il MPF rappresenta un capovolgimento per l’azione esterna dell’Ue: precedentemente volta ad utilizzare i fondi per far rispettare e rafforzare i diritti fondamentali nei Paesi partner; attualmente incentrata quasi esclusivamente sulla riduzione dei flussi.

Un cambiamento che può essere ricondotto all’impatto della crisi migratoria sull’Unione Europea.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

La Condizione dei Migranti in Libia

A Tripoli, nel centro di detenzione di Sabaa, sono recluse oltre 650.000 migranti, giunti nel tentativo di arrivare in Europa e rimasti bloccati nelle mani dei trafficanti, a seguito degli accordi con il governo libico (che, come è noto, hanno ridotto del 94% gli sbarchi in Italia).

Un impressionante rapporto degli operatori di Medici senza frontiere rivela che in questo centro le condizioni dei migranti detenuti sono a dir poco drammatiche: vi sono inquietanti livelli di malnutrizionedelle persone in carcere, un terzo delle quali sono minori. Gli operatori di Medici senza frontiere hanno scoperto trentuno persone chiuse a chiave in una cella di quattro metri per cinque, priva di spazio per sdraiarsi, senza servizi igienici, in condizioni pessime.

I migranti che vivono nel centro, ricevono purtroppo un pasto ogni due, tre giorni, mentre i nuovi arrivi possono aspettare fino a quattro giorni prima di poter mangiare. Medici senza frontiere ha cominciato dal 21 febbraio scorso la distribuzione di cibo d’emergenza e ha rivolto ancora una volta il proprio appello perché le autorità libiche e la comunità internazionale affrontino immediatamente la situazione.

È a repentaglio la vita di rifugiati e migranti, considerato che mancano del tutto beni e servizi di prima necessità per la vita di queste persone.

Ultimamente l’Italia, pronunciandosi sulla Libia, ha asserito che la stessa rappresenta un porto sicuro. Le leggi internazionali e marittime, numerosi rapporti delle Nazioni Unite, e quanto testimoniano i nostri medici nei centri di detenzione, tuttavia dicono il contrario. Medici senza frontiere sostiene che “Serve al più presto un meccanismo europeo che rispetti il diritto internazionale, gli obblighi del soccorso in mare e soprattutto la dignità, i bisogni e la vita di chi fugge. Oggi l’unica soluzione offerta ai migranti dall’Europa e dall’Italia è la Libia, ma la Libia non può in alcun modo essere una soluzione”.

Medici senza frontiere resta fermamente contraria alla detenzione arbitraria di rifugiati, migranti e richiedenti asilo in Libia, e denuncia ancora una volta le politiche degli Stati membri dell’Unione Europea che, purtroppo, consentono il ritorno forzato di persone vulnerabili a condizioni degradanti e pericolose per la loro salute fisica e mentale.

Medici senza frontiere chiede alle autorità libiche e alla comunità internazionale di affrontare al più presto la situazione in Libia, attraverso queste azioni principali: garantire a tutte le persone detenute a Sabaa e negli altri centri di detenzione in Libia un’adeguata quantità di cibo per rispondere ai loro bisogni nutrizionali di base; liberare dalla detenzione tutti i minori di 18 anni, fornendo loro il supporto di cui hanno bisogno; di sospendere i nuovi arrivi nel centro di Sabaa, specie se non sarà possibile fornire cibo e spazio adeguato, garantendo il rilascio o il trasferimento delle persone attualmente detenute.

Inoltre, chiede che le condizioni nei centri di detenzione rispettino gli standard definiti a livello nazionale, regionale e internazionale.

Avv. Iacopo Pitorri

Migranti: studenti in gita al centro d’accoglienza

Recentemente da Tarvisio, comune italiano di poco più di quattromila abitanti, in Friuli Venezia Giulia, meravigliosa località turistica, peraltro nota per la ubicazione della stazione meteorologica (ufficialmente riconosciuta dall’organizzazione meteorologica mondiale, nonché punto di riferimento per lo studio del clima della corrispondente area alpina), si sono sollevate non poco polemiche, a causa di una decisione proveniente dall’Istituto Statale di Istruzione Superiore Bachmann.

Recentemente da Tarvisio, comune italiano di poco più di quattromila abitanti, in Friuli Venezia Giulia, meravigliosa località turistica, peraltro nota per la ubicazione della stazione meteorologica (ufficialmente riconosciuta dall’organizzazione meteorologica mondiale, nonché punto di riferimento per lo studio del clima della corrispondente area alpina), si sono sollevate non poco polemiche, a causa di una decisione proveniente dall’Istituto Statale di Istruzione Superiore Bachmann.

Si tratta di una gita nel centro di accoglienza con migranti e responsabili del centro. Più specificamente,  nei giorni 1 e 4 aprile, vi saranno due incontri presso la  caserma Meloni (Coccau) con i responsabili del Centro di accoglienza e i migranti cui viene data ospitalità nella struttura.

L’iniziativa, non è piaciuta a molti ed ha subito scatenato critiche di ogni genere. Si è parlato, invero, di una sorta di strumentalizzazione degli studenti coinvolti nel tentativo di solidarietà posto in essere. Si è accennato anche alla totale mancanza di arricchimento culturale. Alcuni  hanno sostenuto che – in merito alla gita organizzata per incontrare i migranti – non vi sia alcuna motivazione didattica, dietro alla scelta di portare i ragazzi nella casera Meloni. Il tutto, però, evitando di far comprendere completamente, e in tutti i suoi aspetti, la complessità del fenomeno dell’accoglienza.

Ogni giorno, purtroppo, dai media apprendiamo  i tristi, dolorosi, strazianti racconti di questa gente, meno fortunata di noi. Scorgiamo i volti, percepiamo le emozioni e le terribili esperienze vissute, cogliamo le speranze di coloro che,  dalle coste nordafricane, dal medio oriente, da paesi come Siria, Sudan, Libano, Eritrea, Nigeria non hanno avuto altra scelta, se non quella, purtroppo, di abbandonare la propria realtà, emigrare confidando in solidarietà e accoglienza senza frontiere, lasciandosi alle spalle barbarie e crudeltà di ogni tipo.

Ogni giorno, infatti, centinaia di persone si mettono in viaggio per cercare di raggiungere l’Europa. Sognano una esistenza migliore (perché hanno un trascorso di vite spezzate), ma spesso finiscono tra le mani dei trafficanti o in centri di detenzione.

Non si può cancellare l’umanità; si perderebbe un pezzo della nostra democrazia. L’unica cosa che una democrazia come quella italiana dovrebbe fare, insieme all’Europa, è combattere l’illegalità, costruire canali legali, tenendo conto sia dell’aspetto umano, che della sicurezza. Queste persone vogliono cambiare la loro vita e sperano nella solidarietà di tutti noi, per un futuro migliore. Il fenomeno migratorio riguarda tutti noi. Se, quindi, consideriamo imprescindibili la dignità della persona umana e la solidarietà, troviamo proprio nell’accoglienza la risposta giusta. 

Ed è, verosimilmente, proprio per queste motivazioni che la gita degli studenti dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore Bachmann presso la vecchia struttura demaniale di Coccau, località sul confine accanto al quale passa la ciclovia Alpe Adria, importante attrazione turistica, si svolgerà la prossima settimana.

Recentemente da Tarvisio, comune italiano di poco più di quattromila abitanti, in Friuli Venezia Giulia, meravigliosa località turistica, peraltro nota per la ubicazione della stazione meteorologica (ufficialmente riconosciuta dall’organizzazione meteorologica mondiale, nonché punto di riferimento per lo studio del clima della corrispondente area alpina), si sono sollevate non poco polemiche, a causa di una decisione proveniente dall’Istituto Statale di Istruzione Superiore Bachmann.

Si tratta di una gita nel centro di accoglienza con migranti e responsabili del centro. Più specificamente, nei giorni 1 e 4 aprile, vi saranno due incontri presso la  caserma Meloni (Coccau) con i responsabili del Centro di accoglienza e i migranti cui viene data ospitalità nella struttura.

L’iniziativa non è piaciuta a molti ed ha subito scatenato critiche di ogni genere. Si è parlato, invero, di una sorta di strumentalizzazione degli studenti coinvolti nel tentativo di solidarietà posto in essere. Si è accennato anche alla totale mancanza di arricchimento culturale. Alcuni hanno sostenuto che – in merito alla gita organizzata per incontrare i migranti – non vi sia alcuna motivazione didattica, dietro alla scelta di portare i ragazzi nella casera Meloni. Il tutto, però, evitando di far comprendere completamente, e in tutti i suoi aspetti, la complessità del fenomeno dell’accoglienza.

Ogni giorno, purtroppo, dai media apprendiamo i tristi, dolorosi, strazianti racconti di questa gente, meno fortunata di noi. Scorgiamo i volti, percepiamo le emozioni e le terribili esperienze vissute, cogliamo le speranze di coloro che, dalle coste nordafricane, dal Medio Oriente, da paesi come Siria, Sudan, Libano, Eritrea, Nigeria non hanno avuto altra scelta, se non quella, purtroppo, di abbandonare la propria realtà, emigrare confidando in solidarietà e accoglienza senza frontiere, lasciandosi alle spalle barbarie e crudeltà di ogni tipo.

Ogni giorno, infatti, centinaia di persone si mettono in viaggio per cercare di raggiungere l’Europa. Sognano una esistenza migliore (perché hanno un trascorso di vite spezzate), ma spesso finiscono tra le mani dei trafficanti o in centri di detenzione.

Non si può cancellare l’umanità; si perderebbe un pezzo della nostra democrazia. L’unica cosa che una democrazia come quella italiana dovrebbe fare, insieme all’Europa, è combattere l’illegalità, costruire canali legali, tenendo conto sia dell’aspetto umano, che della sicurezza. Queste persone vogliono cambiare la loro vita e sperano nella solidarietà di tutti noi, per un futuro migliore. Il fenomeno migratorio riguarda tutti noi. Se, quindi, consideriamo imprescindibili la dignità della persona umana e la solidarietà, troviamo proprio nell’accoglienza la risposta giusta. 

Ed è, verosimilmente, proprio per queste motivazioni che la gita degli studenti dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore Bachmann presso la vecchia struttura demaniale di Coccau, località sul confine accanto al quale passa la ciclovia Alpe Adria, importante attrazione turistica, si svolgerà la prossima settimana.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

La Mare Jonio è tornata in mare

La Mare Jonio, non si è fermata. A seguito del dissequestro operato della Procura di Agrigento, e le indagini per favoreggiamento, è tornata in mare, per setacciare il Mediterraneo alla ricerca di migranti da portare in Europa.

La Mare Jonio, non si è fermata. A seguito del dissequestro operato della Procura di Agrigento, e le indagini per favoreggiamento,  è tornata in mare,  per setacciare il Mediterraneo alla ricerca di migranti da portare in Europa.

Ha fatto rotta verso il porto di Marsala da dove, dopo uno scalo tecnico e il cambio equipaggio, sarà pronta a partire per una nuova missione.

Solo due settimane fa la nave è stata al centro di un braccio di ferro con il Governo italiano. Ciò perché gli attivisti hanno recuperato 49 migranti, lungo il canale di Sicilia, che si trovavano su un gommone alla deriva in zona Sar (search and rescue), senza attendere l’arrivo della guardia costiera libica. Poi hanno deciso di navigare verso l’Italia (e non verso la più vicina Tunisia, nonostante le previsioni annunciassero l’arrivo del maltempo). Successivamente allo sbarco dei migranti a Lampedusa, però, la Procura ha aperto un fascicolo per favoreggiamento e sequestrato la nave. Molti dei migranti sono stati trovati in condizioni terribili: disidratati, sui loro corpi erano presenti diversi segni di torture varie, frustate, scosse elettriche. Erano molto spaventati anche dal punto di vista psicologico. Molti di loro non sapevano nuotare.Dopo il dissequestro, Mediterranea Saving Humans è tornata alla sua missione: salvare le persone.

La Mare Jonio è una nave di quarantuno anni, rimessa a nuovo grazie a un progetto di crowdfunding (una sorta di finanziamento collettivo, che si realizza con il processo collaborativo di un gruppo di più persone, volto ad utilizzare il denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni) che ha raccolto seicentomila euro,  con lo scopo preciso di difendere la vita umana ed i diritti delle persone.

All’equipaggio dell’imbarcazione gran parte della gente comune riconosce loro il merito di aver salvato vite umane che sarebbero andate incontro ad una probabile morte.

La Mare Jonio, non si è fermata. A seguito del dissequestro operato della Procura di Agrigento, e le indagini per favoreggiamento, è tornata in mare, per setacciare il Mediterraneo alla ricerca di migranti da portare in Europa.

Ha fatto rotta verso il porto di Marsala da dove, dopo uno scalo tecnico e il cambio equipaggio, sarà pronta a partire per una nuova missione.

Solo due settimane fa la nave è stata al centro di un braccio di ferro con il Governo italiano. Ciò perché gli attivisti hanno recuperato 49 migranti, lungo il canale di Sicilia, che si trovavano su un gommone alla deriva in zona Sar (search and rescue), senza attendere l’arrivo della guardia costiera libica. Poi hanno deciso di navigare verso l’Italia (e non verso la più vicina Tunisia, nonostante le previsioni annunciassero l’arrivo del maltempo). Successivamente allo sbarco dei migranti a Lampedusa, però, la Procura ha aperto un fascicolo per favoreggiamento e sequestrato la nave. Molti dei migranti sono stati trovati in condizioni terribili: disidratati, sui loro corpi erano presenti diversi segni di torture varie, frustate, scosse elettriche. Erano molto spaventati anche dal punto di vista psicologico. Molti di loro non sapevano nuotare.Dopo il dissequestro, Mediterranea Saving Humans è tornata alla sua missione: salvare le persone.

La Mare Jonio è una nave di quarantuno anni, rimessa a nuovo grazie a un progetto di crowdfunding (una sorta di finanziamento collettivo, che si realizza con il processo collaborativo di un gruppo di più persone, volto ad utilizzare il denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni) che ha raccolto seicentomila euro, con lo scopo preciso di difendere la vita umana ed i diritti delle persone.

All’equipaggio dell’imbarcazione gran parte della gente comune riconosce loro il merito di aver salvato vite umane che sarebbero andate incontro ad una probabile morte.

Avv. Iacopo Maria Pitorri