Le novità del 2019 sulla notifica degli atti giudiziari

La nuova legge di bilancio è intervenuta sulle modalità di notifica postale degli atti giudiziari, stabilendo alcune disposizioni di semplificazione. Per determinati aspetti, invece, si è avuta la proroga dei termini.

Specifica l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri che tra gli interventi della manovra di bilancio 2019 alcuni hanno interessato la materia della notifica degli atti giudiziari. Più segnatamente, la manovra ha riformato la disciplina della legge n. 890 del 1982 sulla notificazione postale degli atti giudiziari, introdotta dalla legge di bilancio dello scorso anno, dettando alcune disposizioni di natura più snella. Nella pratica, spiega l’Avvocato Pitorri, l’avviso di ricevimento del piego raccomandato, completato in ogni sua parte e recante la data dello stesso giorno di consegna, non avrà più il bollo dell’ufficio postale prima di essere spedito in raccomandazione all’indirizzo già predisposto dall’ufficiale giudiziario.

I termini della notificazione eseguita per posta si calcoleranno dalla data di consegna del piego risultante dall’avviso di ricevimento e, qualora la data sia incerta o non vi sia, da quanto attestato sull’avviso medesimo dal punto di accettazione dell’operatore postale (anziché dall’ufficio postale) che li restituisce.

Nell’ipotesi di smarrimento dell’avviso di ricevimento, evidenzia l’Avvocato Pitorri, qualora il mittente indichi un indirizzo di posta elettronica certificata, l’operatore sarà vincolato a formare una copia per immagine su supporto digitale (non più analogico) dell’avviso di ricevimento e provvederà, nel termine di cinque giorni (invece di tre) dalla consegna del piego al destinatario, a trasmettere con modalità telematiche la copia dell’avviso al mittente.

In caso di mancata notifica, invece, la manovra ha precisato che qualora il cosiddetto “piego” non verrà consegnato personalmente al destinatario dell’atto, l’operatore postale darà notizia al destinatario stesso dell’avvenuta notificazione dell’atto a mezzo di lettera raccomandata. Il costo della lettera raccomandata sarà a carico del mittente.

Se, poi, le persone abilitate a ricevere il piego, in luogo del destinatario, si rifiuteranno di riceverlo, ovvero se l’operatore postale non si troverà nella disponibilità di recapitarlo (per temporanea assenza del destinatario o per mancanza, inidoneità o assenza delle persone sopra menzionate), il piego verrà depositato entro due giorni lavorativi dal giorno del tentativo di notifica presso il punto di deposito più vicino al destinatario

Chiarisce, infine, l’Avvocato Pitorri, che, al fine di consentire il completamento della disciplina atta a regolare la materia e la conclusione dei tempi di realizzazione da parte degli operatori postali, il termine in materia di avviso di ricevimento digitale del piego raccomandato (ex art. 1, comma 97-quinquies, della legge n. 190/2014) è differito al 1° luglio 2019. Saranno, tuttavia, fatti salvi i comportamenti tenuti dagli operatori postali sino alla data di entrata in vigore della manovra.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

La recente giurisprudenza sull’assegno di mantenimento

La sentenza n. 9535 del 4 aprile scorso, della I sezione civile della Corte di Cassazione, che l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri, costantemente aggiornato anche sulla giurisprudenza, ha avuto modo di studiare e approfondire, ha precisato interessanti disposizioni in tema di assegno di mantenimento.

La sentenza n. 9535 del 4 aprile scorso,  della I sezione civile della Corte di Cassazione, che l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri, costantemente aggiornato anche sulla giurisprudenza, ha avuto modo di studiare e approfondire, ha precisato interessanti disposizioni in tema di assegno di mantenimento.

Precedentemente, il  Tribunale della Spezia, dopo aver dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra due coniugi, ha disposto che l’ex marito versasse all’ex moglie un assegno pari a duemila euro mensili. Avverso tale pronuncia, lo stesso ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Appello di Genova, chiedendo che fosse escluso l’obbligo di versare qualsivoglia assegno divorzile all’ex moglie. La Corte territoriale, rilevato che l’età della moglie non consentisse a quest’ultima di lavorare,  e che la documentazione concernente i  redditi percepiti dal marito fosse poco convincente, ha confermato l’obbligo dell’appellante di versare l’assegno di mantenimento nella misura già fissata in primo grado (perlomeno fino a quando la ex moglie non sarebbe stata in possesso della somma di ottocento euro, a lei riconosciuta con sentenza definitiva, a titolo di utile, per essere associata in partecipazione nella farmacia dell’ex marito).

Chiarisce l’Avvocato Pitorri che, dopo aver chiesto la pronuncia della Suprema Corte, tramite tre motivi di doglianza, il marito si è visto rigettare il ricorso. Più specificamente, con primo motivo il ricorrente ha denunciato la violazione, o falsa applicazione, dell’art. 10 L. n. 74 del 1987, modificativo del disposto dell’art. 5 della L. n. 898 del 1970. Il ricorrente ha sostenuto che la Corte distrettuale, pur essendo tenuta a valutare l’intera consistenza del patrimonio dei due coniugi, ricomprendendovi qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica, non avrebbe considerato, al fine di determinare l’entità dell’assegno di divorzio, il totale ed esclusivo godimento della casa coniugale da parte dell’ex moglie; il suo completo disinteresse al mondo del lavoro dopo la separazione; il suo grado di formazione professionale e il suo bagaglio di esperienza maturato negli anni di lavoro presso la farmacia di famiglia; oltre, da ultimo, alla esigua durata della sua attività lavorativa in rapporto alla vita lavorativa media di una donna.

Con il secondo motivo di impugnazione l’ex marito, nel censurare la sentenza d’appello, ha espressamente lamentato la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, nella parte in cui la Corte territoriale, benché nell’accertamento del diritto all’emolumento dovesse mettere a confronto le rispettive potenzialità economiche (intese non solo come disponibilità attuali di beni e introiti ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore), non avrebbe tenuto  conto del credito dell’ex moglie, quale associata in partecipazione, oltre al fatto che non avrebbe considerato che l’immobile abitativo apparteneva già al ricorrente, in quanto era stato venduto all’asta su input dell’ex moglie.

Con il terzo, e ultimo motivo, di ricorso la sentenza impugnata è stata censurata per violazione e falsa applicazione della L. n. 74 del 1987, art. 10, modificativo del disposto della L. n. 898 del 1970, art. 5, ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in quanto la Corte d’appello – erroneamente qualificando il ricorrente, titolare di una farmacia, come professionista, piuttosto che come commerciante, si sarebbe limitata a negare l’attendibilità della dichiarazione dei redditi dell’appellante, senza disporre alcuna indagine al riguardo e basando le proprie valutazioni unicamente sull’assetto economico relativo alla separazione.

Le considerazioni degli Ermellini della prima sezione civile della Corte di Cassazione, nel rigetto del  ricorso del marito, vengono spiegate dall’Avvocato Pitorri come segue. Con riferimento al primo motivo di ricorso la Corte sostiene che i giudici d’appello abbiano ampiamente motivato relativamente alla sproporzionata differenza economica e patrimoniale fra i coniugi, considerando in particolare, rispetto al momento della pronuncia, quale epoca a cui il giudice deve far riferimento ai fini dell’individuazione delle condizioni per riconoscere il diritto alla percezione dell’assegno divorzile, il venir meno della capacità lavorativa dell’ex moglie per via dell’età. A parere della Corte, pertanto,  nessuna censura può essere mossa rispetto alla mancata valorizzazione del godimento della casa familiare, soprattutto perché la stessa giurisprudenza ha più volte chiarito che l’uso di una casa di abitazione (che, ovviamente, genera un risparmio di spesa), va certamente  considerato ai fini dell’accertamento della consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi, come nel caso de quo, in cui è manifesta una situazione precaria (cfr., in tal senso, Cass. civ. sez. VI, 11 gennaio 2016, n. 223).

Con la sentenza in esame, pertanto, i Supremi Giudici ribadiscono un principio già affermato in precedenti pronunce di legittimità, secondo il quale “in sede di determinazione dell’assegno di divorzio, l’occupazione di fatto di un immobile da parte del coniuge configura utilità che fuoriesce dall’ambito valutativo proprio dei valori legalmente posseduti da ciascuno dei coniugi, rimanendo la difficoltà di liberazione dell’immobile, da parte del suo proprietario, un dato di fatto estraneo alla ponderazione delle rispettive posizioni patrimoniali e reddituali”. (cfr. Cass. civ. sez. VI, 11 gennaio 2016, n. 223; Cass. civ. sez. I, 3 ottobre 2005, n. 19291; Cass. civ. sez. I, 28 dicembre 2010, n. 26197).

Detta occupazione, invero, evidenzia l’Avvocato Pitorri, rende inapplicabile il principio di diritto secondo cui, invece, in sede di divorzio, ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, occorre tenere conto dell’intera consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi e, conseguentemente, ricomprendere qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica, compreso l’uso di una casa di abitazione, valutabile in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione.

Con riguardo al secondo motivo del ricorso, la Corte di Cassazione,  ritenendolo inammissibile, sottolinea come di tali questioni non si fosse fatto alcun cenno nella sentenza impugnata, e afferma che, “qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni comportanti accertamenti in fatto di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione”. (cfr. Cass. civ. sez. I, ord. 13 marzo 2018, n. 6089; Cass. civ. sez. I ,18 ottobre 2013, n. 23675.)

L’art. 360 c.p.c., n. 5, invero, nella formulazione attualmente vigente, ha introdotto nell’ordinamento giuridico un vizio specifico denunciabile per Cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, oltre a carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Ne deriva che, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”. Fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è stata dunque interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione.

E’, quindi, denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che diventa una vera e propria violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé (purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali). Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (così si è pronunciata la Corte in Cass. SS.UU. civ., 7 aprile 2014, n. 8053).

Relativamente al merito, al terzo motivo di ricorso,  i Giudici Supremi affermano che “in tema di divorzio, l’art. 5, comma 9, l. n. 898/1970, non impone al Tribunale in via diretta ed automatica di disporre indagini, avvalendosi della polizia tributaria ogni volta in cui sia contestato un reddito indicato e documentato, ma rimette allo stesso giudice la valutazione di tale esigenza, in forza del principio generale dettato dall’art. 187 c.p.c., che affida al giudice la facoltà di ammettere i mezzi di prova proposti dalle parti e di ordinare gli altri che può disporre d’ufficio, previa valutazione della loro rilevanza e concludenza. (In senso conforme Cass. civ. sez. I, 6 giugno 2013, n. 14336; Cass. civ. sez. I, 18 giugno 2008, n. 16575; Cass. civ. sez. I, 28 aprile 2006, n. 9861; Cass. civ. sez. I, 21 maggio 2002, n. 7435; Cass. civ. sez. I, 21 giugno 2000, n. 8417).

Ulteriormente, rileva l’Avvocato  Pitorri, l’esercizio del potere di disporre indagini patrimoniali, avvalendosi della polizia tributaria (che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova), rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Non può essere, cioè considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche.

Per la Suprema Corte in tanto il giudicante possa qualificare come inattendibili le dichiarazioni reddituali a lui prodotte in quanto egli abbia disposto indagini patrimoniali al riguardo. Una simile interpretazione fa sicuramente dipendere la valutazione delle dichiarazioni dei redditi e delle prove documentali relative ai redditi delle parti non dallo scrutinio che ne faccia il giudice ma dal risultato delle indagini esperite. Al contrario, invece, anche in queste controversie la valutazione delle prove è rimessa, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., al prudente apprezzamento del giudicante e non può ritenersi in alcun modo condizionata dalla scelta, ugualmente discrezionale, di disporre, d’ufficio o su istanza di parte, indagini patrimoniali tramite polizia tributaria al fine di procedere al doveroso accertamento dei fatti rilevanti per la decisione.

La sentenza n. 9535 del 4 aprile scorso, della I sezione civile della Corte di Cassazione, che l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri, costantemente aggiornato anche sulla giurisprudenza, ha avuto modo di studiare e approfondire, ha precisato interessanti disposizioni in tema di assegno di mantenimento.

Precedentemente, il Tribunale della Spezia, dopo aver dichiarato la cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra due coniugi, ha disposto che l’ex marito versasse all’ex moglie un assegno pari a duemila euro mensili. Avverso tale pronuncia, lo stesso ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Appello di Genova, chiedendo che fosse escluso l’obbligo di versare qualsivoglia assegno divorzile all’ex moglie. La Corte territoriale, rilevato che l’età della moglie non consentisse a quest’ultima di lavorare,  e che la documentazione concernente i  redditi percepiti dal marito fosse poco convincente, ha confermato l’obbligo dell’appellante di versare l’assegno di mantenimento nella misura già fissata in primo grado (perlomeno fino a quando la ex moglie non sarebbe stata in possesso della somma di ottocento euro, a lei riconosciuta con sentenza definitiva, a titolo di utile, per essere associata in partecipazione nella farmacia dell’ex marito).

Chiarisce l’Avvocato Pitorri che, dopo aver chiesto la pronuncia della Suprema Corte, tramite tre motivi di doglianza, il marito si è visto rigettare il ricorso. Più specificamente, con primo motivo il ricorrente ha denunciato la violazione, o falsa applicazione, dell’art. 10 L. n. 74 del 1987, modificativo del disposto dell’art. 5 della L. n. 898 del 1970. Il ricorrente ha sostenuto che la Corte distrettuale, pur essendo tenuta a valutare l’intera consistenza del patrimonio dei due coniugi, ricomprendendovi qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica, non avrebbe considerato, al fine di determinare l’entità dell’assegno di divorzio, il totale ed esclusivo godimento della casa coniugale da parte dell’ex moglie; il suo completo disinteresse al mondo del lavoro dopo la separazione; il suo grado di formazione professionale e il suo bagaglio di esperienza maturato negli anni di lavoro presso la farmacia di famiglia; oltre, da ultimo, alla esigua durata della sua attività lavorativa in rapporto alla vita lavorativa media di una donna.

Con il secondo motivo di impugnazione l’ex marito, nel censurare la sentenza d’appello, ha espressamente lamentato la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, nella parte in cui la Corte territoriale, benché nell’accertamento del diritto all’emolumento dovesse mettere a confronto le rispettive potenzialità economiche (intese non solo come disponibilità attuali di beni e introiti ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore), non avrebbe tenuto  conto del credito dell’ex moglie, quale associata in partecipazione, oltre al fatto che non avrebbe considerato che l’immobile abitativo apparteneva già al ricorrente, in quanto era stato venduto all’asta su input dell’ex moglie.

Con il terzo, e ultimo motivo, di ricorso la sentenza impugnata è stata censurata per violazione e falsa applicazione della L. n. 74 del 1987, art. 10, modificativo del disposto della L. n. 898 del 1970, art. 5, ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in quanto la Corte d’appello – erroneamente qualificando il ricorrente, titolare di una farmacia, come professionista, piuttosto che come commerciante, si sarebbe limitata a negare l’attendibilità della dichiarazione dei redditi dell’appellante, senza disporre alcuna indagine al riguardo e basando le proprie valutazioni unicamente sull’assetto economico relativo alla separazione.

Le considerazioni degli Ermellini della prima sezione civile della Corte di Cassazione, nel rigetto del ricorso del marito, vengono spiegate dall’Avvocato Pitorri come segue. Con riferimento al primo motivo di ricorso la Corte sostiene che i giudici d’appello abbiano ampiamente motivato relativamente alla sproporzionata differenza economica e patrimoniale fra i coniugi, considerando in particolare, rispetto al momento della pronuncia, quale epoca a cui il giudice deve far riferimento ai fini dell’individuazione delle condizioni per riconoscere il diritto alla percezione dell’assegno divorzile, il venir meno della capacità lavorativa dell’ex moglie per via dell’età. A parere della Corte, pertanto, nessuna censura può essere mossa rispetto alla mancata valorizzazione del godimento della casa familiare, soprattutto perché la stessa giurisprudenza ha più volte chiarito che l’uso di una casa di abitazione (che, ovviamente, genera un risparmio di spesa), va certamente  considerato ai fini dell’accertamento della consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi, come nel caso de quo, in cui è manifesta una situazione precaria (cfr., in tal senso, Cass. civ. sez. VI, 11 gennaio 2016, n. 223).

Con la sentenza in esame, pertanto, i Supremi Giudici ribadiscono un principio già affermato in precedenti pronunce di legittimità, secondo il quale “in sede di determinazione dell’assegno di divorzio, l’occupazione di fatto di un immobile da parte del coniuge configura utilità che fuoriesce dall’ambito valutativo proprio dei valori legalmente posseduti da ciascuno dei coniugi, rimanendo la difficoltà di liberazione dell’immobile, da parte del suo proprietario, un dato di fatto estraneo alla ponderazione delle rispettive posizioni patrimoniali e reddituali”. (cfr. Cass. civ. sez. VI, 11 gennaio 2016, n. 223; Cass. civ. sez. I, 3 ottobre 2005, n. 19291; Cass. civ. sez. I, 28 dicembre 2010, n. 26197).

Detta occupazione, invero, evidenzia l’Avvocato Pitorri, rende inapplicabile il principio di diritto secondo cui, invece, in sede di divorzio, ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, occorre tenere conto dell’intera consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi e, conseguentemente, ricomprendere qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica, compreso l’uso di una casa di abitazione, valutabile in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione.

Con riguardo al secondo motivo del ricorso, la Corte di Cassazione,  ritenendolo inammissibile, sottolinea come di tali questioni non si fosse fatto alcun cenno nella sentenza impugnata, e afferma che, “qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni comportanti accertamenti in fatto di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione”. (cfr. Cass. civ. sez. I, ord. 13 marzo 2018, n. 6089; Cass. civ. sez. I ,18 ottobre 2013, n. 23675.)

L’art. 360 c.p.c., n. 5, invero, nella formulazione attualmente vigente, ha introdotto nell’ordinamento giuridico un vizio specifico denunciabile per Cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali e che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti, oltre a carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Ne deriva che, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”. Fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, è stata dunque interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione.

E’, quindi, denunciabile in Cassazione solo l’anomalia motivazionale che diventa una vera e propria violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé (purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali). Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (così si è pronunciata la Corte in Cass. SS.UU. civ., 7 aprile 2014, n. 8053).

Relativamente al merito, al terzo motivo di ricorso,  i Giudici Supremi affermano che “in tema di divorzio, l’art. 5, comma 9, l. n. 898/1970, non impone al Tribunale in via diretta ed automatica di disporre indagini, avvalendosi della polizia tributaria ogni volta in cui sia contestato un reddito indicato e documentato, ma rimette allo stesso giudice la valutazione di tale esigenza, in forza del principio generale dettato dall’art. 187 c.p.c., che affida al giudice la facoltà di ammettere i mezzi di prova proposti dalle parti e di ordinare gli altri che può disporre d’ufficio, previa valutazione della loro rilevanza e concludenza. (In senso conforme Cass. civ. sez. I, 6 giugno 2013, n. 14336; Cass. civ. sez. I, 18 giugno 2008, n. 16575; Cass. civ. sez. I, 28 aprile 2006, n. 9861; Cass. civ. sez. I, 21 maggio 2002, n. 7435; Cass. civ. sez. I, 21 giugno 2000, n. 8417).

Ulteriormente, rileva l’Avvocato Pitorri, l’esercizio del potere di disporre indagini patrimoniali, avvalendosi della polizia tributaria (che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova), rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Non può essere, cioè considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche.

Per la Suprema Corte in tanto il giudicante possa qualificare come inattendibili le dichiarazioni reddituali a lui prodotte in quanto egli abbia disposto indagini patrimoniali al riguardo. Una simile interpretazione fa sicuramente dipendere la valutazione delle dichiarazioni dei redditi e delle prove documentali relative ai redditi delle parti non dallo scrutinio che ne faccia il giudice ma dal risultato delle indagini esperite. Al contrario, invece, anche in queste controversie la valutazione delle prove è rimessa, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., al prudente apprezzamento del giudicante e non può ritenersi in alcun modo condizionata dalla scelta, ugualmente discrezionale, di disporre, d’ufficio o su istanza di parte, indagini patrimoniali tramite polizia tributaria al fine di procedere al doveroso accertamento dei fatti rilevanti per la decisione.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Il ruolo del mediatore familiare

L’Avvocato Iacopo Maria Pitorri spiega cosa si intende per “mediazione familiare”, chiarendo alcuni punti di difficile comprensione ancora oggi. Si tratta di un processo collaborativo di risoluzione del conflitto, in cui le coppie il cui rapporto sta finendo, ovvero è concluso, sono assistite da un soggetto terzo imparziale, appunto il mediatore, per comunicare l’una con l’altra e trovare una soluzione accettabile per entrambi, relativa ai problemi di riorganizzazione a seguito della separazione. Tramite l’attività del mediatore, in buona sostanza, le parti vengono aiutate per raggiungere un obbiettivo concreto: la riorganizzazione delle relazioni dopo la separazione o il divorzio.   Punto focale è, pertanto, la coppia, i cui protagonisti hanno il principale obiettivo di cooperare, per dare un nuovo assetto alla propria famiglia.

La differenza principale è tra la negoziazione e la mediazione, fa notare l’Avvocato Pitorri. Ne deriva che, nella fase della negoziazione, per la maggior parte delle coppie, trattare con l’ex coniuge/partner, significa concludere l’accordo migliore per se stessi. Nella mediazione, invece, specifica l’Avvocato Pitorri, è fondamentale assicurare che le parti in lite raggiungano un accordo, in modo tale da proteggere il loro rapporto futuro. Ciò è particolarmente importante nella separazione coniugale, situazione in cui la coppia ha un rapporto in continua evoluzione come genitori.

In tutto ciò, ci si chiede, chi è il mediatore? È difficile comprendere di che genere di professionista si tratti, effettivamente. Non è certamente un avvocato, tantomeno uno psicologo, e non è un giudice. Sostiene l’Avvocato Pitorri, che, se lo si vuole classificare in rapporto esclusivamente al risultato, lo si potrebbe giudicare bravo, competente o incompetente, a seconda se sappia o meno chiudere un accordo. Da un punto di vista più scientifico, tuttavia, non vi è dubbio che il mediatore debba avere determinate caratteristiche. Innanzitutto, una padronanza intellettuale della mediazione, intesa come processo razionale costituito da una serie di livelli, in cui si raccolgono i fatti, si chiariscono le differenze, si identificano le opzioni disponibili e si elaborano proposte per la composizione. Deve anche possedere competenza in campo legale e finanziario su tasse, pensioni, ed assistenza previdenziale, conoscenza sull’esperienza del divorzio dei bambini, nonché delle dinamiche familiari e dei servizi sociali d’appoggio disponibili. Ovviamente deve essere abile sia nel calcolo, che nell’analisi dei dati finanziari. Al mediatore, poi, non deve mancare una data esperienza di accordi relativi al divorzio raggiunti tramite negoziato, ragion per cui deve conoscere le tecniche di negoziato e contrattazione.

Volendo, tuttavia, considerare anche l’aspetto umano, evidenzia l’Avvocato Pitorri, è inevitabilmente pensare che il bravo mediatore debba assolutamente essere dotato di una certa empatia, nonché di capacità di ascolto, al fine di raccogliere le necessità di coloro che vi si rivolgono, specie in situazioni di crisi della coppia e, soprattutto, dei figli. Deve, poi, essere indubbiamente equo e al di sopra delle parti, ed accompagnare i genitori, non più coppia, verso un futuro sicuramente diverso dal passato, analizzando contemporaneamente il presente.

L’Avvocato Pitorri, che ha avuto modo, nell’ambito della sua professione, di interagire anche con la figura del mediatore, ha potuto constatare che il mediatore sa bene quale è la differenza tra pretesa, interesse, bisogno e aiuta tutte le parti in causa a riconoscere tale discrepanza all’interno del conflitto. Ogni mediatore sa che uno scontro, se vissuto bene, può anche essere costruttivo, può, cioè, diventare un’opportunità di crescita all’interno della relazione per tutte le parti in causa. 

Posto, quindi, che non è semplice assumere detto ruolo, che si trova a dover interagire con realtà umane di grande rilievo, come la coppia, la famiglia, per diventare un buon mediatore vi sono ottimi corsi, che si svolgono tramite lunghe ore di tirocinio e supervisione, attraverso percorsi di consapevolezza, del tutto distinti da quelli relativi ad altre professioni.

Il mediatore familiare, conclude l’Avvocato Pitorri, da soggetto terzo, assume una posizione imparziale rispetto agli interessi in gioco; non rivela a nessuno ciò che viene a sapere nel corso della mediazione (perché è tenuto al segreto professionale, per cui non può nemmeno rendere testimonianza su tali circostanze). Non giudica l’operato delle parti, atteso che il suo compito è accogliere e consigliare, non esprimere valutazioni. Lavora sul presente e sul futuro (che sono ancora da definire). Non impone soluzioni sue, posto che ha per obiettivo quello di ascoltare le parti ed aiutarle a trovare una soluzione personalizzata, giusta per le loro specifiche esigenze. Provvede a stimolare i coniugi, nel tentativo all’aiutarli a comprendere ciò che realmente vogliono per se stessi e per la loro famiglia. Appare, pertanto, evidente, che il mediatore familiare svolga un ruolo imprescindibile, in realtà umane estremamente importanti.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

I tempi della Giustizia

L’Avvocato Iacopo Maria Pitorri, parlando di giustizia, evidenzia che il primo aspetto che emerge quando ci si riferisce all’andamento del sistema giudiziario riguarda quasi sempre la durata dei processi. Dal punto di vista del tempo, invero, critiche e preoccupazioni in merito alla lentezza della giustizia costituiscono, ad oggi, un dato costante per tutti coloro che operano in questo settore.

Risultano di palmare evidenza sia i tempi medi, non accettabili della giustizia civile, sia il divario che sussiste con gli altri paesi europei, che, nel contempo, comporta svantaggi a livello competitivo per le imprese italiane, oltre a scoraggiare gli investimenti esteri.

 L’Avvocato Pitorri fa presente che, circa un decennio fa, pendevano dinanzi agli uffici giudiziari italiani circa sei milioni di procedimenti civili: un valore massimo mai raggiunto. Secondo la Banca mondiale, nel 2010, per risolvere qualsivoglia disputa, in Italia, occorreva più del doppio dei giorni necessari, in media, negli altri paesi avanzati. Questa situazione, in costante peggioramento, ha generato l’adozione di un grande processo di riforma, oltre a misure organizzative tese a due principali obiettivi: contenere la domanda, da un lato, e migliorare l’organizzazione e razionalizzare gli uffici giudiziari (al fine di aumentarne la produttività), dall’altro.

Gli interventi che si sono posti in essere, pertanto, hanno contribuito, innanzitutto, a reindirizzare una parte del contenzioso verso strumenti alternativi di risoluzione delle controversie. Oltre ciò, a scoraggiare il ricorso opportunistico alla giustizia, soprattutto per alcune tipologie di controversie particolarmente interessate dal fenomeno. Vi è, poi, stato un inevitabile aumento dei costi di accesso al sistema giudiziario. Ulteriormente, si è voluta restringere la possibilità di presentare impugnazioni (dinanzi alle Corti di Appello e di Cassazione). Dalle prime misure acquisite con la riforma, sono sorti nel nostro Paese gli istituti della mediazione obbligatoria, la negoziazione assistita e una nuova forma di arbitrato presso il Consiglio dell’ordine degli Avvocati.

L’Avvocato Pitorri evidenzia che anche altre tipologie di interventi hanno contribuito a contrastare alcune forme di abuso del processo, al fine di non rendere conveniente la resistenza in giudizio, tramite determinate misure specifiche (riconoscimento dei danni derivanti da eccessiva durata dei procedimenti, contenzioso previdenziale, aumento del tasso di interesse legale). Con diversi, ulteriori interventi, succedutisi nel tempo, sono stati poi aumentati in via generale i costi del contenzioso, in alcuni casi, come per le opposizioni a sanzioni amministrative e per il settore lavoro,  superando la preesistente forma di gratuità. Oltre ciò, la litigiosità di proporre impugnazioni è stata ristretta con l’introduzione di un filtro di ammissibilità.

Sotto altri aspetti, per incrementare la produttività, si è raggiunto l’obiettivo, innanzitutto, di sfruttare economie di scala e accrescere il grado di specializzazione dei giudici; poi di consentire lo svolgimento di una serie di attività processuali per via telematica; infine di introdurre modalità più snelle di svolgimento del rito e rafforzare il ruolo del giudice nella conduzione dell’iter procedurale.

Evidenzia l’Avvocato Pitorri che la riorganizzazione del mondo giudiziario, dal punto di vista geografico, ha portato ad una razionalizzazione delle sedi giudiziarie, con l’accorpamento dei Tribunali di piccole dimensioni spesso inefficienti e a volte sopra dimensionati rispetto alle esigenze e la soppressione di diversi uffici del giudice di pace. Nel contesto di detta razionalizzazione, tuttavia, l’intervento di maggiore impatto, al di là delle apparenze, è stato probabilmente la soppressione delle sezioni distaccate. Queste sezioni, eredità delle vecchie Preture, in molti luoghi non erano più adeguatamente presidiate e in moltissimi casi avevano accumulato un arretrato molto superiore alle stesse sedi centrali.

Oggi il processo civile telematico è diventato obbligatorio per il deposito degli atti processuali, da parte dei difensori delle parti costituite, ed è stato incentivato per gli altri atti. Sul piano procedimentale, gli interventi hanno creato sezioni specializzate in tema di materia societaria presso i Tribunali distrettuali e le Corti di Appello (fatta eccezione per Caltanissetta, Catanzaro, Messina, Lecce), oltre all’introduzione di un nuovo procedimento sommario di cognizione, certamente più snello e meno articolato di quello ordinario. Gli interventi legislativi sono particolarmente significativi, atteso che sono volti alla riorganizzazione degli uffici giudiziari, avvenuta spesso in collaborazione con l’avvocatura (negli anni tra il 2006 ed il 2014).

Con il programma di gestione previsto dall’art. 37 decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 convertito con legge 15 luglio 2011, n. 111, è stata introdotta una politica di verifica e di definizione dell’arretrato con obiettivi, priorità e monitoraggio dei risultati. Oltre ciò, al fine di migliorare l’intero sistema giudiziario, un contributo di grande rilievo si è avuto con nuove risorse, connesse a significativi investimenti in tema di informatica giudiziaria, assunzione di nuovi magistrati (che hanno contribuito alla riduzione della scopertura degli organici), nonché alla ripresa di un programma di assunzioni nel personale amministrativo, dopo un blocco che durava da quasi venti anni.

A dire dell’Avvocato Pitorri, gli interventi di cui sopra sono particolarmente significativi, posto che hanno interessato diversi livelli, con rilevanti, vantaggiose iniziative, per molti aspetti dell’assetto giudiziario in genere.

Infine, per quanto concerne il costo dell’accesso alla giustizia, dal 2002 la tassazione per le spese degli atti giudiziari si basa sul “contributo unificato di iscrizione a ruolo”.

In linea generale, il contributo unificato si applica per ciascun grado di giudizio nel processo civile, nonché amministrativo e tributario, in base al valore (per scaglioni) della controversia. Aumenti del contributo sono stati stabiliti con il d.l. 98/2011, con la legge 183/2011 (incremento, rispettivamente, del 50 per cento per i giudizi di impugnazione, e del 100 per cento sui processi davanti alla Corte di Cassazione rispetto al primo grado), e con il d.l. 1/2012 (incremento del 100 per cento, rispetto al processo ordinario, per i procedimenti dinanzi alle Sezioni specializzate in materia di impresa). Il d.l. 90/2014 ha introdotto una serie di incrementi generalizzati del contributo unificato, nella misura di circa il 15 per cento, applicati alla tabella per scaglioni del processo civile e ad alcuni procedimenti dove il contributo è dovuto in misura fissa. A titolo d’esempio, una controversia nell’ambito del procedimento civile ordinario, il cui valore sia compreso tra 26.000,00 e 52.000,00 euro, è assoggettata a un contributo di 518,00 euro in primo grado, di 777,00 euro nel giudizio di impugnazione, e di 1.036,00 in Cassazione.

Tuttavia, se la materia è di competenza delle Sezioni specializzate in materia di impresa, il contributo è pari a 1.036 euro.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Corte UE: vietato il rimpatrio se c’è il rischio vita

Di recente la Corte di Giustizia europea ha posto dei veri e propri paletti, relativamente alla revoca della protezione per motivi connessi alla sicurezza della comunità. Ciò, spiega l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri, in virtù della Direttiva n. 95 del 2011, a prescindere dai comportamenti dell’interessato. In altre parole, se la vita è a rischio, anche chi perde lo status di rifugiato non può essere rimpatriato. Ne deriva, chiarisce l’Avvocato Pitorri, che la Corte Ue, in buona sostanza, abbia stabilito che il diritto dell’Unione Europea riconosce ai rifugiati coinvolti una protezione internazionale più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. Di fatto, la revoca dello status di rifugiato, quando c’è un rischio per la persona in questione, fa perdere alcuni benefici previsti dalla direttiva, ma non consente il rimpatrio. La conseguenza è che un cittadino di uno Stato extra-Ue, ovvero apolide, non possa essere rimandato in un Paese dove la sua vita, o la sua libertà, possano essere minacciate. Il caso era stato sollevato da un cittadino ivoriano, e uno congolese, nonché una persona di origini cecene, che si sono visti revocare lo status di rifugiato, o negare il riconoscimento in Belgio e Repubblica Ceca, perché considerati una minaccia alla sicurezza, o condannati per un reato particolarmente grave per la comunità dello Stato membro ospitante.

Secondo l’orientamento dei giudici di Lussemburgo, le disposizioni previste dalla direttiva sui rifugiati sono valide. Tuttavia, la decisione di revocare, o rifiutare il riconoscimento dello status di rifugiato non produce l’effetto di privare una persona né dello status di rifugiato, tantomeno dei diritti che la Convenzione di Ginevra ricollega a tale status (se questa persona ha il fondato timore di essere perseguitata nel suo paese di origine). Oltre ciò, sostiene l’Avvocato Pitorri, non va omesso di considerare che la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue vieta categoricamente la tortura, le pene ed i trattamenti inumani o degradanti, a prescindere dal comportamento dell’interessato, e l’allontanamento verso uno Stato dove esista un rischio serio che una persona sia sottoposta a trattamenti di questo tipo.

Anche se andrà chiarito più specificamente come tale decisione possa influenzare la legislazione italiana, conclude l’Avvocato Pitorri, il fatto, comunque, che la Corte Ue del Lussemburgo abbia ampliato i margini per la concessione dello status di rifugiato, non può che cambiare le condizioni di molti migranti.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Controllo e trasparenza nella Pubblica Amministrazione

In virtù di quanto disposto dall’art. 97 della nostra Carta Costituzionale, l’Avvocato Iacopo Maria Pitorri rammenta che “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.
Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge
.”. Specifica l’Avvocato Pitorri che la Pubblica Amministrazione va intesa come l’insieme degli uffici dell’apparato tecnico-burocratico dello Stato. L’articolo sopracitato indica i tre principi fondamentali per il funzionamento della Pubblica Amministrazione. Innanzitutto il principio di legalità. L’organizzazione dell’amministrazione dello Stato, cioè, deve essere definita con leggi che ne stabiliscono i compiti e gli obiettivi, vincolandola al perseguimento dell’interesse pubblico. Vi è, poi, il principio di buon andamento, nel senso che l’organizzazione dell’amministrazione dello Stato deve essere tale da garantire l’erogazione di servizi pubblici efficienti, in linea con il criterio di economicità (l’amministrazione statale deve procurarsi le risorse necessarie “con il minimo dispendio di mezzi”). Da ultimo, rileva l’Avvocato Pitorri, il principio di imparzialità, secondo cui l’amministrazione dello Stato deve svolgere i suoi compiti senza rendersi responsabile di favoritismi o discriminazioni.

Indubbiamente la materia delpubblico impiego è spesso oggetto di discussioni alla sua efficienza, nonché al rapporto on l’utenza. Nel corso degli ultimi anni sono state introdotte diverse novità, come il diritto di accesso agli atti amministrativi, in virtù del quale i cittadini in possesso di un legittimo interesse possono consultare i documenti relativi alle decisioni prese.

Altre innovazioni riguardano l’uso degli strumenti informatici, che ha lo scopo di rendere più snelli i rapporti con la pubblica amministrazione.

Sottolinea l’Avvocato Pitorri che il mutamento  radicale del sistema normativo della P.A, in particolare degli Enti locali, attuato con Legge 18 ottobre 2001  n.3, Riforma del Titolo V, ha stimolato in tutti gli attori interessati (soggetti politici o funzionari) mutamenti sia culturali che professionali, che impegnavano a misurarsi con valori sempre più strettamente collegati al risultato e non semplicemente agli adempimenti formali rispettosi dei principi dell’imparzialità e del buon andamento previsti dall’art.97 della Costituzione. L’Ente locale, fondamentalmente, ha contribuito a migliorare la qualità della vita dei cittadini e a favorire lo sviluppo economico e sociale della comunità amministrata, dando la possibilità a tutti di essere attori delle scelte, che influenzeranno il futuro della società locale.

Il fatto che le risorse siano estremamente scarse ha sempre inciso ingentemente sulla efficacia e la gestione delle stesse da parte dell’Ente locale di gestire, al fine di orientare la propria capacità organizzativa al raggiungimento dei risultati attesi. Ciò nonostante, il modello organizzativo dell’Ente locale, risulta spesso inadeguato rispetto alla complessità gestionale, che deriva dalla molteplicità dei servizi di pertinenza. La  caratteristica dell’Ente è che non solo ha un forte legame con il territorio ma ne subisce anche l’influenza. L’evoluzione del sistema normativo deve attuare il cambiamento della cultura amministrativa, tramite un approccio differente del sistema Ente locale da parte della classe politica, che dovrebbe attuare strategie idonee al cambiamento della società. Inevitabilmente, pertanto, vi è un costante  controllo non solo sugli adempimenti, ma anche sulla coerenza tra gli obiettivi definiti e gli aspetti strutturali e procedurali dell’organizzazione.

Se si pensa al patrimonio delle disposizioni normative in essere, tuttavia, l’Avvocato Pitorri fa emergere un aspetto di notevole rilievo: le norme adottate, sovente, non sono di grande aiuto. Imporre funzioni dirigenziali per legge non può certo aiutare a formare una vera e propria classe manageriale, che dovrebbe essere reclutata in base alla non sola competenza giuridica, ma anche  tenendo conto, innanzitutto, della capacità e delle attitudini organizzative di “problem solving”. Da ciò deriva quanto possa essere importante un sistema secondo cui poter conoscere sia la produttività dell’organizzazione esistente, con l’utilizzo di indicatori quantitativi, che le modifiche degli equilibri interni ed esterni, attraverso indicatori sul livello dei servizi. Certamente errori ed anomalie nel funzionamento di una organizzazione potrebbero individuarsi tempestivamente ed, eventualmente, correggersi. In ogni attività, invero, è opportuno, e sotto molti aspetti è indispensabile, il rispetto di determinate regole, programmi ed intendimenti e che vengano raggiunti i risultati sperati e programmati.

Una nuova disciplina del sistema dei controlli interni, tuttavia, palesa l’Avvocato Pitorri, deriva dal decreto legislativo 286/99 con il quale, oltre a dettare una nuova disciplina del sistema dei controlli interni, si è voluta perfezionare l’organizzazione delle varie forme di controllo interno, attraverso la previsione di specifici obblighi a carico delle amministrazioni. Tra questi, ricorda l’Avvocato Pitorri, vi è  l’adozione di un sistema informativo alimentato da rilevazioni periodiche di costi, prodotti, attività quale supporto al controllo di gestione; l’individuazione di indicatori di efficienza, efficacia ed economicità; l’individuazione di standard qualitativi dei servizi al pubblico e l’attribuzione agli utenti cittadini di diritti soggettivi relativamente ai servizi resi; il coinvolgimento degli utenti nella valutazione dell’attività amministrativa e dei servizi pubblici erogati; infine le valutazioni comparative dei costi dei rendimenti e dei risultati fra unità operative, sia all’interno di ciascuna amministrazione che fra amministrazioni diverse.

La vigilanza sulla gestione è lo strumento essenziale che consente  un maggior controllo dei costi per l’erogazione dei servizi, nonché il controllo di tutto il processo.  Da ciò deriva, con l’ausilio anche dei diritti all’informazione, il superamento della persistente prevalenza della P.A. nei riguardi del cittadino.

Ulteriormente, segnala l’Avvocato Pitorri, un grande contributo al miglioramento del sistema si è avuto con il d.lgs n. 267/2000, che ha acquisito, in maniera sistematica, l’intera normativa dagli anni ’90, riformulando il ruolo dell’Ente locale, oltre ad incidere notevolmente sull’ordinamento della P.A., proprio a livello locale. Detto decreto, all’art. 147, prevede un’approfondita valutazione della produttività dei fattori impiegati nell’erogazione dei servizi, sia in fase preventiva (di scelta del modello organizzativo), che in fase consultiva, per valutarne la convenienza economica rispetto agli obiettivi, nonché l’efficacia presso il cittadino. Emerge, comunque, la necessità di controllo di gestione del settore pubblico, tenuto al rispetto dei principi di uguaglianza, di imparzialità, di continuità delle prestazioni, di diritto di scelta dell’utente, di partecipare al processo erogativo, ecc. (Direttiva P.C.M. 7/1/1994). L’effetto di tutto ciò si traduce nelle molteplici iniziative della P.A. per raggiungere l’obiettivo della qualità effettiva delle prestazioni e dei servizi dalla stessa erogati, che mirano ad assicurare nel tempo la soddisfazione degli utenti, nell’interesse, appunto, del cittadino.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri