I migranti tornati in Libia

Quindici ore in mare e poi il ritorno in Libia, in un paese dilaniato dalla guerra civile, dove i centri di detenzione per migranti sono in piena area di scontri tra le milizie. Così la fine del dramma dei venti migranti (tra cui donne  e bambini), che, all’alba di qualche giorno fa,  dopo aver visto morire in mare otto loro compagni di traversata, dopo aver visto il gommone su cui erano imbarcare acqua, avevano lanciato un disperato grido d’allarme attraverso il sito di Alarm phone (la piattaforma che aiuta i migranti nel Mediterraneo, nata nel 2014), chiedendo di essere soccorsi e di non essere riportati in Libia.

Una lunghissima attesa per tutta la giornata su di una imbarcazione alla deriva, senza motore, in attesa di soccorsi mai arrivati e poi, in serata, l’intervento della guardia costiera libica che li ha presi a bordo e riportati indietro.

In un primo momento non sembrava che in zona vi fosse alcun mezzo della guardia costiera. Mediterranea aveva chiesto che si andasse a prestare immediato soccorso ma, in assenza ormai anche delle navi militari di Sophia, il dispositivo di aiuti in mare è del tutto inesistente. La Mediterranea Saving Human (che ha sempre sostenuto “Nel momento in cui vedi delle persone affogare è obbligo del Diritto internazionale marittimo soccorrerle”), tuttavia, ha continuato a ribadire quanto fosse necessario salvare quelle persone in difficoltà.

Dalla inevitabile polemica emersa dalle agenzie della Nazioni unite – Oim e Unhcr –   si è immediatamente diffusa la preoccupazione per la carenza di soccorsi, posto che si ritiene la Libia non  un posto sicuro. Il tutto con il supporto, ovviamente, delle Ong.

Il governo olandese, invece, ha bloccato la Sea Watch 3, a causa di una “modifica legislativa”. Eppure, probabilmente, la nave sarebbe stata in grado di salvare quelle vite.

Nonostante Moonbird, l’aeromobile della Ong Seawatch, avesse avvistato la barca di legno blu mentre stava andando alla deriva, vicino al confine libico-tunisino, confermando la presenza di venti persone a bordo, e nessun motore, e nonostante fosse proprio la Libia il paese da cui erano scappate, disperate, quelle persone sono state ivi riconsegnate.

Un epilogo davvero infelice.

Avv. Iacopo Pitorri

Onu, il nuovo patto globale per l’ambiente

Di recente, nel corso dei lavori dell’United Nations Environment Assembly, a Nairobi, sono emersi i risultati dell’ultimo rapporto dell’ONU sullo stato del pianeta: si tratta del Global Environment Outlook – 6 (la principale valutazione ambientale dell’ONU). La sua importanza deriva dal fatto che fa riferimento agli obiettivi principali delle Nazioni Unite, risalenti alla risoluzione dell’Assemblea generale, che ha istituito il Programma ambientale delle Nazioni Unite nel 1972. È tenendo conto dei risultati contenuti nel Global Environment Outlook che i paesi dell’Onu devono valutare sia l’influenza della risposta politica alle sfide ambientali che   le possibili vie per raggiungere gli obiettivi concordati a livello internazionale.

Di recente, nel corso dei lavori dell’United Nations Environment Assembly, a Nairobi, sono emersi i risultati dell’ultimo rapporto dell’ONU sullo stato del pianeta: si tratta del Global Environment Outlook – 6 (la principale valutazione ambientale dell’ONU). La sua importanza deriva dal fatto che fa riferimento agli obiettivi principali delle Nazioni Unite, risalenti alla risoluzione dell’Assemblea generale, che ha istituito il Programma ambientale delle Nazioni Unite nel 1972. È tenendo conto dei risultati contenuti nel Global Environment Outlook che i paesi dell’Onu devono valutare sia l’influenza della risposta politica alle sfide ambientali che   le possibili vie per raggiungere gli obiettivi concordati a livello internazionale.

E’ noto che la salute dell’umanità è direttamente legata allo stato del nostro ambiente. Il rapporto fornisce delle indiscutibili prospettive: se si continuerà sulla via attuale, arriveremo ad un futuro oscuro per l’umanità. Al contrario, cambiando scelte e modo di fare, potremo adottare una via dello sviluppo sostenibile.  I leader politici, però, debbono agire al più presto, per il bene di tutti. Aria, acqua, alimenti: buona parte di ciò che è essenziale per la vita e la salute umana, oggi, appare seriamente compromesso. È questo il risultato al quale sono giunti i duecentocinquanta scienziati di ben settanta Paesi, dopo sei anni di ricerche.

I numeri riportati nel rapporto sono oltremodo spaventosi: un quarto delle morti premature e delle malattie nel mondo sono collegate all’inquinamento provocato dall’uomo. Tant’è vero che se le misure di protezione dell’ambiente non verranno considerevolmente intensificate, nelle città e in intere regioni in Asia, in Medio Oriente e in Africa potrebbero verificarsi milioni di decessi prematuri entro la metà del secolo. Il rapporto prevede che “a causa degli inquinanti presenti nei nostri sistemi di acqua dolce, la resistenza anti-microbica diventerà la prima causa di decesso”, entro pochi anni.

L’inquinamento atmosferico, e i prodotti chimici che hanno contaminato l’acqua potabile e mettono a rischio l’ecosistema, è responsabile del “ 25% circa della mortalità e delle malattie a livello mondiale ” (nove milioni di morti solo nel 2015). Altri 1,4 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate alla scarsità o assenza di acqua potabile. Vi è, poi, il grave problema connesso agli agenti chimici, che giungono nei mari e provocano effetti negativi sulla salute a livello “potenzialmente multi-generazionale”. Oltre ciò, vi è la deforestazione e il degrado del suolo, che colpisce aree sempre più vaste della terra, privando 3,2 miliardi di persone della possibilità di vivere (e costringendole a migrare), causando gravi problemi geopolitici.

Lo studio evidenzia che, al contrario di quanto promesso fino ad ora negli ultimi decenni, il divario tra Nord e Sud del pianeta, tra paesi ricchi e paesi poveri, sta aumentando.
Sono anni che si sentono ripetere le medesime esortazioni, gli stessi consigli. Ciò significa che molti dei problemi, quindi, non hanno trovato ancora radicale soluzione.

Per favorire i politici nel prendere delle decisioni strategiche, volte ad una economia sostenibile, il rapporto passa in rassegna le tendenze dell’utilizzo delle risorse naturali e i loro consumi a partire dagli anni ’70 e ricorda che: “nel corso degli ultimi 5 decenni la popolazione è raddoppiata e il prodotto interno lordo mondiale è quadruplicato. Durante lo stesso periodo, l’estrazione annuale di materiali è passata da 27 miliardi di tonnellate a 92 miliardi di tonnellate (nel  2017). Entro il 2060 questa cifra dovrebbe raddoppiare”.

Il report evidenzia che “l’estrazione e il trattamento dei materiali dei combustibili e degli alimenti rappresentano circa la metà delle emissioni totali di gas serra e sono responsabili di più del 90% dello stress idrico e sulla biodiversità”. Solo nel 2010, i cambiamenti nell’utilizzo dei suoli avrebbero comportato una  perdita totale di specie intorno all’1%.

Non vi è dubbio, allo stato dei fatti,  che sfruttiamo le risorse  limitate di questo pianeta come se non ci fosse un domani, innescando allo stesso tempo dei cambiamenti climatici e una perdita di biodiversità. Così continuando, potrebbe non esserci un domani. L’attuale situazione è peggiorata. Le misure adottate sono state finora quasi del tutto inutili: le emissioni di CO2 (anidride carbonica) sono aumentate, l’utilizzo delle risorse idriche del pianeta peggiora giorno dopo giorno.

Anche sul fronte degli sprechi alimentari è stato detto tanto. Da molti anni sappiamo che è necessario “adottare dei regimi alimentari meno ricchi di carne e di ridurre lo spreco alimentare nei Paesi sviluppati e in sviluppo, il che ridurrebbe la necessità di aumentare la produzione alimentare del 50 % per nutrire i 9 – 10 miliardi di abitanti del pianeta previsti entro il 2050. Attualmente, il 33% degli alimenti commestibili prodotti nel mondo vengono sprecati e il 56% di tutti i rifiuti sono prodotti nei Paesi industrializzati”, come riportato nel rapporto GEO-6.

Anche per quanto riguarda la riduzione dei rifiuti, sappiamo da tempo cosa fare. Il rapporto GEO-6 ha invitato i leader mondiali a prendere “misure per limitare la quantità degli 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici riversati negli oceani ogni anno”. Gli stessi ricercatori, tuttavia, ammettono che sarà difficile ottenere risultati concreti dato che “benché il problema sia stato oggetto di un’attenzione crescente nel corso degli ultimi anni, non esiste ancora un accordo internazionale sulla questione dei rifiuti marini”.

La verità è che di “ambiente” si parla da decenni.   Il punto è che fare qualcosa di utile per l’ambiente richiede investimenti, a lungo termine, sicuramente meno costosi dei disastri causati dai cambiamenti ambientali o dei danni sulla salute dei cittadini.

La necessità di agire rapidamente per affrontare le sfide ambientali è stata sottolineata anche dalla pubblicazione di una serie di rapporti durante l’Assemblea ambientale. Tra i più devastanti c’è stato un aggiornamento sul cambiamento dell’Artico, nel quale si spiega che, anche se il mondo dovesse tagliare le emissioni, le temperature invernali nell’Artico aumenterebbero di 3-5 °C entro il 2050 e di 5-9 °C nel 2080, devastando la regione e scatenando l’innalzamento del livello del mare in tutto il mondo.

In tutto ciò, la quarta assemblea ambientale delle Nazioni Unite si è chiusa con l’approvazione del nuovo patto globale per salvare il pianeta, sottoscritto alla fine di cinque giorni di colloqui dai ministri di oltre 170 Stati membri dell’ONU. Un impegno in cui si gettano le basi per un cambiamento radicale verso un futuro più sostenibile, dove l’innovazione sarà sfruttata per affrontare le sfide ambientali. L’uso di materiali plastici usa e getta sarà notevolmente ridotto e lo sviluppo non sarà più a scapito del pianeta.

La preoccupazione per un pianeta sempre più inquinato, rapidamente riscaldato e pericolosamente esaurito, ha portato i ministri a impegnarsi a risolvere le sfide ambientali, attraverso l’avanzamento di soluzioni innovative e l’adozione di modelli di consumo e produzione sostenibili. Nella dichiarazione finale diffusa al termine dei colloqui, i ministri si sono impegnati a promuovere sistemi alimentari sostenibili, puntando sulle pratiche agricole volte ad affrontare la povertà attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali. Hanno altresì promosso l’uso e la condivisione dei dati ambientali, manifestando la intenzione di ridurre significativamente i prodotti in plastica monouso entro il 2030.

Si tratta, ovviamente, di risoluzione non vincolanti. Tra le risoluzioni approvate a Nairobi, c’è stato il riconoscimento che un’economia globale più “circolare”, in cui le merci possano essere riutilizzate e mantenute in circolazione il più a lungo possibile, possa contribuire in modo significativo al consumo e alla produzione sostenibili. Altre hanno stabilito la necessità per gli Stati membri di trasformare le loro economie, attraverso appalti pubblici sostenibili e sollecitando i paesi a sostenere misure per affrontare gli sprechi alimentari, oltre a sviluppare e condividere le migliori pratiche su soluzioni di catena del freddo efficienti dal punto di vista energetico e sicure. Nell’ottica di proteggere gli oceani e gli ecosistemi fragili, inoltre, i ministri hanno adottato una serie di risoluzioni sui rifiuti di plastica marina e sulle microplastiche, compreso l’impegno di intraprendere azioni immediate per l’eliminazione a lungo termine di rifiuti e microplastiche. Hanno altresì individuato le risoluzioni per affrontare il problema dei rifiuti marini, esaminando l’intero ciclo di vita dei prodotti e aumentando l’efficienza delle risorse.

Ne deriva che, se i paesi mantenessero tutto ciò che è stato concordato a Nairobi,  e attuassero le risoluzioni, si potrebbero veramente fare passi avanti verso un nuovo assetto mondiale che non vada più a scapito della natura, ma verso la prosperità sia delle persone che  del pianeta. Così come hanno affermato, invero, gli Stati membri durante i vivaci dibattiti emersi durante l’assemblea, a fianco della società civile, delle imprese, della comunità scientifica e di altre parti interessate è ancora possibile aumentare il nostro benessere, e allo stesso tempo mantenere la crescita economica, utilizzando con efficienza le risorse e ponendo in essere politiche di protezione della biodiversità.

Di recente, nel corso dei lavori dell’United Nations Environment Assembly, a Nairobi, sono emersi i risultati dell’ultimo rapporto dell’ONU sullo stato del pianeta: si tratta del Global Environment Outlook – 6 (la principale valutazione ambientale dell’ONU). La sua importanza deriva dal fatto che fa riferimento agli obiettivi principali delle Nazioni Unite, risalenti alla risoluzione dell’Assemblea generale, che ha istituito il Programma ambientale delle Nazioni Unite nel 1972. È tenendo conto dei risultati contenuti nel Global Environment Outlook che i paesi dell’Onu devono valutare sia l’influenza della risposta politica alle sfide ambientali che   le possibili vie per raggiungere gli obiettivi concordati a livello internazionale.

È noto che la salute dell’umanità è direttamente legata allo stato del nostro ambiente. Il rapporto fornisce delle indiscutibili prospettive: se si continuerà sulla via attuale, arriveremo ad un futuro oscuro per l’umanità. Al contrario, cambiando scelte e modo di fare, potremo adottare una via dello sviluppo sostenibile.  I leader politici, però, debbono agire al più presto, per il bene di tutti. Aria, acqua, alimenti: buona parte di ciò che è essenziale per la vita e la salute umana, oggi, appare seriamente compromesso. È questo il risultato al quale sono giunti i duecentocinquanta scienziati di ben settanta Paesi, dopo sei anni di ricerche.

I numeri riportati nel rapporto sono oltremodo spaventosi: un quarto delle morti premature e delle malattie nel mondo sono collegate all’inquinamento provocato dall’uomo. Tant’è vero che se le misure di protezione dell’ambiente non verranno considerevolmente intensificate, nelle città e in intere regioni in Asia, in Medio Oriente e in Africa potrebbero verificarsi milioni di decessi prematuri entro la metà del secolo. Il rapporto prevede che “a causa degli inquinanti presenti nei nostri sistemi di acqua dolce, la resistenza anti-microbica diventerà la prima causa di decesso”, entro pochi anni.

L’inquinamento atmosferico, e i prodotti chimici che hanno contaminato l’acqua potabile e mettono a rischio l’ecosistema, è responsabile del “25% circa della mortalità e delle malattie a livello mondiale” (nove milioni di morti solo nel 2015). Altri 1,4 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate alla scarsità o assenza di acqua potabile. Vi è, poi, il grave problema connesso agli agenti chimici, che giungono nei mari e provocano effetti negativi sulla salute a livello “potenzialmente multi-generazionale”. Oltre ciò, vi è la deforestazione e il degrado del suolo, che colpisce aree sempre più vaste della terra, privando 3,2 miliardi di persone della possibilità di vivere (e costringendole a migrare), causando gravi problemi geopolitici.

Lo studio evidenzia che, al contrario di quanto promesso fino ad ora negli ultimi decenni, il divario tra Nord e Sud del pianeta, tra paesi ricchi e paesi poveri, sta aumentando.
Sono anni che si sentono ripetere le medesime esortazioni, gli stessi consigli. Ciò significa che molti dei problemi, quindi, non hanno trovato ancora radicale soluzione.

Per favorire i politici nel prendere delle decisioni strategiche, volte ad una economia sostenibile, il rapporto passa in rassegna le tendenze dell’utilizzo delle risorse naturali e i loro consumi a partire dagli anni ’70 e ricorda che: “nel corso degli ultimi 5 decenni la popolazione è raddoppiata e il prodotto interno lordo mondiale è quadruplicato. Durante lo stesso periodo, l’estrazione annuale di materiali è passata da 27 miliardi di tonnellate a 92 miliardi di tonnellate (nel 2017). Entro il 2060 questa cifra dovrebbe raddoppiare”.

Il report evidenzia che “l’estrazione e il trattamento dei materiali dei combustibili e degli alimenti rappresentano circa la metà delle emissioni totali di gas serra e sono responsabili di più del 90% dello stress idrico e sulla biodiversità”. Solo nel 2010, i cambiamenti nell’utilizzo dei suoli avrebbero comportato una perdita totale di specie intorno all’1%.

Non vi è dubbio, allo stato dei fatti, che sfruttiamo le risorse limitate di questo pianeta come se non ci fosse un domani, innescando allo stesso tempo dei cambiamenti climatici e una perdita di biodiversità. Così continuando, potrebbe non esserci un domani. L’attuale situazione è peggiorata. Le misure adottate sono state finora quasi del tutto inutili: le emissioni di CO2 (anidride carbonica) sono aumentate, l’utilizzo delle risorse idriche del pianeta peggiora giorno dopo giorno.

Anche sul fronte degli sprechi alimentari è stato detto tanto. Da molti anni sappiamo che è necessario “adottare dei regimi alimentari meno ricchi di carne e di ridurre lo spreco alimentare nei Paesi sviluppati e in sviluppo, il che ridurrebbe la necessità di aumentare la produzione alimentare del 50 % per nutrire i 9 – 10 miliardi di abitanti del pianeta previsti entro il 2050. Attualmente, il 33% degli alimenti commestibili prodotti nel mondo viene sprecato e il 56% di tutti i rifiuti sono prodotti nei Paesi industrializzati”, come riportato nel rapporto GEO-6.

Anche per quanto riguarda la riduzione dei rifiuti, sappiamo da tempo cosa fare. Il rapporto GEO-6 ha invitato i leader mondiali a prendere “misure per limitare la quantità degli 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici riversati negli oceani ogni anno”. Gli stessi ricercatori, tuttavia, ammettono che sarà difficile ottenere risultati concreti dato che “benché il problema sia stato oggetto di un’attenzione crescente nel corso degli ultimi anni, non esiste ancora un accordo internazionale sulla questione dei rifiuti marini”.

La verità è che di “ambiente” si parla da decenni.   Il punto è che fare qualcosa di utile per l’ambiente richiede investimenti, a lungo termine, sicuramente meno costosi dei disastri causati dai cambiamenti ambientali o dei danni sulla salute dei cittadini.

La necessità di agire rapidamente per affrontare le sfide ambientali è stata sottolineata anche dalla pubblicazione di una serie di rapporti durante l’Assemblea ambientale. Tra i più devastanti c’è stato un aggiornamento sul cambiamento dell’Artico, nel quale si spiega che, anche se il mondo dovesse tagliare le emissioni, le temperature invernali nell’Artico aumenterebbero di 3-5 °C entro il 2050 e di 5-9 °C nel 2080, devastando la regione e scatenando l’innalzamento del livello del mare in tutto il mondo.

In tutto ciò, la quarta assemblea ambientale delle Nazioni Unite si è chiusa con l’approvazione del nuovo patto globale per salvare il pianeta, sottoscritto alla fine di cinque giorni di colloqui dai ministri di oltre 170 Stati membri dell’ONU. Un impegno in cui si gettano le basi per un cambiamento radicale verso un futuro più sostenibile, dove l’innovazione sarà sfruttata per affrontare le sfide ambientali. L’uso di materiali plastici usa e getta sarà notevolmente ridotto e lo sviluppo non sarà più a scapito del pianeta.

La preoccupazione per un pianeta sempre più inquinato, rapidamente riscaldato e pericolosamente esaurito, ha portato i ministri a impegnarsi a risolvere le sfide ambientali, attraverso l’avanzamento di soluzioni innovative e l’adozione di modelli di consumo e produzione sostenibili. Nella dichiarazione finale diffusa al termine dei colloqui, i ministri si sono impegnati a promuovere sistemi alimentari sostenibili, puntando sulle pratiche agricole volte ad affrontare la povertà attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali. Hanno altresì promosso l’uso e la condivisione dei dati ambientali, manifestando la intenzione di ridurre significativamente i prodotti in plastica monouso entro il 2030.

Si tratta, ovviamente, di risoluzione non vincolanti. Tra le risoluzioni approvate a Nairobi, c’è stato il riconoscimento che un’economia globale più “circolare”, in cui le merci possano essere riutilizzate e mantenute in circolazione il più a lungo possibile, possa contribuire in modo significativo al consumo e alla produzione sostenibili. Altre hanno stabilito la necessità per gli Stati membri di trasformare le loro economie, attraverso appalti pubblici sostenibili e sollecitando i paesi a sostenere misure per affrontare gli sprechi alimentari, oltre a sviluppare e condividere le migliori pratiche su soluzioni di catena del freddo efficienti dal punto di vista energetico e sicure. Nell’ottica di proteggere gli oceani e gli ecosistemi fragili, inoltre, i ministri hanno adottato una serie di risoluzioni sui rifiuti di plastica marina e sulle microplastiche, compreso l’impegno di intraprendere azioni immediate per l’eliminazione a lungo termine di rifiuti e microplastiche. Hanno altresì individuato le risoluzioni per affrontare il problema dei rifiuti marini, esaminando l’intero ciclo di vita dei prodotti e aumentando l’efficienza delle risorse.

Ne deriva che, se i paesi mantenessero tutto ciò che è stato concordato a Nairobi, e attuassero le risoluzioni, si potrebbero veramente fare passi avanti verso un nuovo assetto mondiale che non vada più a scapito della natura, ma verso la prosperità sia delle persone che del pianeta. Così come hanno affermato, invero, gli Stati membri durante i vivaci dibattiti emersi durante l’assemblea, a fianco della società civile, delle imprese, della comunità scientifica e di altre parti interessate è ancora possibile aumentare il nostro benessere, e allo stesso tempo mantenere la crescita economica, utilizzando con efficienza le risorse e ponendo in essere politiche di protezione della biodiversità.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

Migranti, accoglienza in Yemen, tra guerra e fame.

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Eppure, quando si pensa allo Yemen, non possiamo che far riferimento alla catastrofe umanitaria, in cui questo Stato poverissimo è precipitato con il colpo di stato.

 Otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle  zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i quattordici milioni di persone sull’orlo della carestia, le dodicimila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Ulteriormente si pensa ad una guerra – quella tra l’Iran e l’Arabia saudita – di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi, tragici esempi. Si tratta di un conflitto che si è internazionalizzato, per cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato una risoluzione (dai toni duri ed aspri), la n. 2216 del 2015, approvata con quattordici voti a favore e l’astensione della Russia,  per poi decidere la nomina di un inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed  – prima –  e Martin Griffiths – poi –  con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti, con l’auspicio di promuovere un negoziato di pace.

Si susseguono  notizie inquietanti. Ebbene, in questo contesto  così difficile  si sta verificando, come detto all’inizio, un incredibile fenomeno: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che  si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle centomila unità nel 2017 alle centocinquantamila nel 2018.

Secondo l’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951, che si occupa di migrazioni), cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno riscontrate nella economicità del trasporto realizzato dai trafficanti,  nella possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore, passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

Questi migranti, fondamentalmente, sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati palesemente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa – mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi, che si stimano intorno al 90% del totale. Questi migranti restano qualche tempo in Yemen, per poi tentare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali misere,  nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.

Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali, nei campi per i rifugiati, che non sono neanche in condizioni di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono queste persone, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, a testimonianza della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore. In queste condizioni, è evidente che i diritti umani di questi migranti siano una utopia.

Quando si parla di Yemen  si accenna anche  al disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e della violenza che ne attraversano il territorio.

Tutto ciò offre spunti di riflessione sul fenomeno migratorio che investe l’Africa.

Nonostante si trovi in emergenza umanitaria, lo Yemen apre le porte a chi cerca un futuro migliore. Un fatto che dovrebbe far riflettere chi crede che basti chiudere i confini di casa per arrestare un fenomeno globale. 

Eppure, quando si pensa allo Yemen, non possiamo che far riferimento alla catastrofe umanitaria, in cui questo Stato poverissimo è precipitato con il colpo di stato.

 Otto bambini che ogni giorno vengono uccisi o feriti nelle zone del Paese in cui il conflitto è attivo, i quattordici milioni di persone sull’orlo della carestia, le dodicimila vittime e di oltre tre milioni di sfollati. Per non parlare del triste fenomeno delle spose bambine, cioè delle piccole date in sposa in cambio di cibo per la famiglia.

Ulteriormente si pensa ad una guerra – quella tra l’Iran e l’Arabia Saudita – di cui il Medio Oriente, e non solo, offre diversi, tragici esempi. Si tratta di un conflitto che si è internazionalizzato, per cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato una risoluzione (dai toni duri ed aspri), la n. 2216 del 2015, approvata con quattordici voti a favore e l’astensione della Russia, per poi decidere la nomina di un inviato speciale nella persona di Ismail Ould Cheikh Ahmed  – prima –  e Martin Griffiths – poi –  con l’incarico di cercare un riavvicinamento tra le parti, con l’auspicio di promuovere un negoziato di pace.

Si susseguono notizie inquietanti. Ebbene, in questo contesto così difficile si sta verificando, come detto all’inizio, un incredibile fenomeno: lo Yemen continua a essere terra di approdo di molti migranti che fuggono dal Corno d’Africa per fame, violenza, soprusi intollerabili e lo è in maniera consistente e crescente. Si tratta infatti di un flusso che si è andato incrementando da quando è iniziata la guerra passando, secondo le ultime stime, dalle centomila unità nel 2017 alle centocinquantamila nel 2018.

Secondo l’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951, che si occupa di migrazioni), cui si devono queste indicazioni, le ragioni di questo fenomeno sono diverse e vanno riscontrate nella economicità del trasporto realizzato dai trafficanti,  nella possibilità del pagamento del trasporto all’arrivo in Yemen (dove restano sotto stretto controllo fino a quando non hanno cancellato il loro debito), fino alla relativamente breve durata del viaggio, tra le 18 e le 24 ore, passando dalla prospettiva di entrare in Arabia Saudita o in una delle altre monarchie del Golfo. L’area di partenza è quella di Bosaso, in Somalia, mentre la zona di sbarco che era a Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen fino allo scoppio della guerra, si è spostata nel versante desertico orientale presso governatorati dove i migranti possono contare su una radicata tradizione tribale di accoglienza.

Questi migranti, fondamentalmente, sono somali ed etiopi, con la particolarità che col tempo sono andati palesemente diminuendo i somali – che a mano a mano hanno mostrato di preferire le rotte verso l’Europa – mentre sono aumentati altrettanto consistentemente gli etiopi, che si stimano intorno al 90% del totale. Questi migranti restano qualche tempo in Yemen, per poi tentare di entrare in Arabia Saudita, ciò che è tutt’altro che agevole da quando l’intero confine stato militarizzato. Chi trova qualche lavoro deve accettare condizioni salariali misere, nei settori delle costruzioni e dell’agricoltura.

Gli altri si affidano all’assistenza umanitaria assicurata da Organizzazioni non governative internazionali, nei campi per i rifugiati, che non sono neanche in condizioni di ricevere un flusso così consistente e, soprattutto, di sfamarlo.

Nonostante le difficoltà e le violenze in cui incorrono queste persone, il flusso migratorio continua, anzi, aumenta, a testimonianza della disperazione in cui versano e della volontà di trovare un futuro migliore. In queste condizioni, è evidente che i diritti umani di questi migranti siano una utopia.

Quando si parla di Yemen si accenna anche al disastro umanitario di quella popolazione a causa della guerra e della violenza che ne attraversano il territorio.

Tutto ciò offre spunti di riflessione sul fenomeno migratorio che investe l’Africa.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

La Condizione dei Migranti in Libia

A Tripoli, nel centro di detenzione di Sabaa, sono recluse oltre 650.000 migranti, giunti nel tentativo di arrivare in Europa e rimasti bloccati nelle mani dei trafficanti, a seguito degli accordi con il governo libico (che, come è noto, hanno ridotto del 94% gli sbarchi in Italia).

Un impressionante rapporto degli operatori di Medici senza frontiere rivela che in questo centro le condizioni dei migranti detenuti sono a dir poco drammatiche: vi sono inquietanti livelli di malnutrizionedelle persone in carcere, un terzo delle quali sono minori. Gli operatori di Medici senza frontiere hanno scoperto trentuno persone chiuse a chiave in una cella di quattro metri per cinque, priva di spazio per sdraiarsi, senza servizi igienici, in condizioni pessime.

I migranti che vivono nel centro, ricevono purtroppo un pasto ogni due, tre giorni, mentre i nuovi arrivi possono aspettare fino a quattro giorni prima di poter mangiare. Medici senza frontiere ha cominciato dal 21 febbraio scorso la distribuzione di cibo d’emergenza e ha rivolto ancora una volta il proprio appello perché le autorità libiche e la comunità internazionale affrontino immediatamente la situazione.

È a repentaglio la vita di rifugiati e migranti, considerato che mancano del tutto beni e servizi di prima necessità per la vita di queste persone.

Ultimamente l’Italia, pronunciandosi sulla Libia, ha asserito che la stessa rappresenta un porto sicuro. Le leggi internazionali e marittime, numerosi rapporti delle Nazioni Unite, e quanto testimoniano i nostri medici nei centri di detenzione, tuttavia dicono il contrario. Medici senza frontiere sostiene che “Serve al più presto un meccanismo europeo che rispetti il diritto internazionale, gli obblighi del soccorso in mare e soprattutto la dignità, i bisogni e la vita di chi fugge. Oggi l’unica soluzione offerta ai migranti dall’Europa e dall’Italia è la Libia, ma la Libia non può in alcun modo essere una soluzione”.

Medici senza frontiere resta fermamente contraria alla detenzione arbitraria di rifugiati, migranti e richiedenti asilo in Libia, e denuncia ancora una volta le politiche degli Stati membri dell’Unione Europea che, purtroppo, consentono il ritorno forzato di persone vulnerabili a condizioni degradanti e pericolose per la loro salute fisica e mentale.

Medici senza frontiere chiede alle autorità libiche e alla comunità internazionale di affrontare al più presto la situazione in Libia, attraverso queste azioni principali: garantire a tutte le persone detenute a Sabaa e negli altri centri di detenzione in Libia un’adeguata quantità di cibo per rispondere ai loro bisogni nutrizionali di base; liberare dalla detenzione tutti i minori di 18 anni, fornendo loro il supporto di cui hanno bisogno; di sospendere i nuovi arrivi nel centro di Sabaa, specie se non sarà possibile fornire cibo e spazio adeguato, garantendo il rilascio o il trasferimento delle persone attualmente detenute.

Inoltre, chiede che le condizioni nei centri di detenzione rispettino gli standard definiti a livello nazionale, regionale e internazionale.

Avv. Iacopo Pitorri

Migranti, morte in tendopoli

Anche se tutti speravano di non dover più assistere a simili tragedie, è accaduto ancora. La tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) – gestita prima dal Comune ed ora dalla Caritas – doveva essere la soluzione contro incendi, degrado, paura e morte. La tendopoli si trova a poche centinaia di metri dalla vecchia baraccopoli – smantellata nelle scorse settimane – nella quale, in un anno, tre migranti sono morti a causa di incendi divampati nelle strutture fatiscenti con cui era realizzata. A causa di un nuovo rogo, divampato la scorsa notte, uno degli ospiti della struttura ha pagato con la propria vita. Non è ancora chiaro né chi fosse il bracciante deceduto, tantomeno la dinamica: l’incendio si sarebbe sviluppato in un angolo di una tenda da sei posti, dove c’erano diversi cavi elettrici. Eppure, la struttura avrebbe dovuto essere ignifuga, pertanto sicura.

Anche se tutti speravano di non dover più assistere a simili tragedie, è accaduto ancora. La tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) – gestita prima dal Comune ed ora dalla Caritas –  doveva essere la soluzione contro incendi, degrado, paura e morte. La tendopoli si trova a poche centinaia di metri dalla vecchia baraccopoli – smantellata nelle scorse settimane – nella quale, in un anno, tre migranti sono morti a causa di incendi divampati nelle strutture fatiscenti con cui era realizzata. A causa di un nuovo rogo, divampato la scorsa notte, uno degli ospiti della struttura ha pagato con la propria vita. Non è ancora chiaro né chi fosse il bracciante deceduto, tantomeno la dinamica: l’incendio si sarebbe sviluppato in un angolo di una tenda da sei posti, dove c’erano diversi cavi elettrici. Eppure la struttura avrebbe dovuto essere ignifuga, pertanto sicura.

L’uomo (ancora senza nome) è, purtroppo, il terzo ucciso dal fuoco da quando i braccianti della Piana sono stati confinati nella seconda zona industriale di San Ferdinando. Lo scorso 16 febbraio, infatti, aveva perso la vita un ventinovenne di origine senegalese. Precedentemente, il 2 dicembre 2018, poco prima di compiere diciotto anni, era morto Surawa Jaith e ancora prima la ventiseienne nigeriana Becky Moses.

Sul posto sono prontamente intervenuti i vigili del fuoco, che hanno domato le fiamme. Nell’incendio è andata distrutta solo una tenda. La tendopoli, realizzata alcuni anni fa dalla Protezione civile, è vigilata ed  attrezzata, con presenza di servizi igienici e presidi sanitari. All’inizio di marzo di quest’anno è stata ampliata per permettere il trasferimento di una parte dei migranti che viveva nella baraccopoli – una struttura fatiscente fatta di baracche in lamiera, plastica e cartone – sorta a poche centinaia di metri e che è arrivata ad ospitare, nel periodo invernale della raccolta degli agrumi, anche tremila persone. Baraccopoli che è stata definitivamente abbattuta il 7 marzo scorso. I migranti che sono confluiti nella nuova tendopoli sono stati complessivamente ottocentoquaranta (precedentemente erano poco più di quattrocento).

La tendopoli si ritiene che  non sia certo una soluzione adeguata per i migranti e che  può essere  indispensabile, perciò, utilizzare urgentemente le case vuote nella zona, superando le diffidenze e coinvolgendo la popolazione, spinti da solidarietà e umanità al fine di restituire la dignità di esseri umani e lavoratori a queste persone.

A San Ferdinando non si può più tollerare né degrado, né morti.
Come accennato, la baraccopoli abusiva, demolita nei giorni scorsi, aveva ospitato fino a tremila immigrati. Successivamente allo sgombero del 7 marzo agli stranieri con permesso di soggiorno è stata fornita una sistemazione alternativa e controllata.

Anche se tutti speravano di non dover più assistere a simili tragedie, è accaduto ancora. La tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) – gestita prima dal Comune ed ora dalla Caritas – doveva essere la soluzione contro incendi, degrado, paura e morte. La tendopoli si trova a poche centinaia di metri dalla vecchia baraccopoli – smantellata nelle scorse settimane – nella quale, in un anno, tre migranti sono morti a causa di incendi divampati nelle strutture fatiscenti con cui era realizzata. A causa di un nuovo rogo, divampato la scorsa notte, uno degli ospiti della struttura ha pagato con la propria vita. Non è ancora chiaro né chi fosse il bracciante deceduto, tantomeno la dinamica: l’incendio si sarebbe sviluppato in un angolo di una tenda da sei posti, dove c’erano diversi cavi elettrici. Eppure, la struttura avrebbe dovuto essere ignifuga, pertanto sicura.

L’uomo (ancora senza nome) è, purtroppo, il terzo ucciso dal fuoco da quando i braccianti della Piana sono stati confinati nella seconda zona industriale di San Ferdinando. Lo scorso 16 febbraio, infatti, aveva perso la vita un ventinovenne di origine senegalese. Precedentemente, il 2 dicembre 2018, poco prima di compiere diciotto anni, era morto Surawa Jaith e ancora prima la ventiseienne nigeriana Becky Moses.

Sul posto sono prontamente intervenuti i vigili del fuoco, che hanno domato le fiamme. Nell’incendio è andata distrutta solo una tenda. La tendopoli, realizzata alcuni anni fa dalla Protezione civile, è vigilata ed attrezzata, con presenza di servizi igienici e presidi sanitari. All’inizio di marzo di quest’anno è stata ampliata per permettere il trasferimento di una parte dei migranti che viveva nella baraccopoli – una struttura fatiscente fatta di baracche in lamiera, plastica e cartone – sorta a poche centinaia di metri e che è arrivata ad ospitare, nel periodo invernale della raccolta degli agrumi, anche tremila persone. Baraccopoli che è stata definitivamente abbattuta il 7 marzo scorso. I migranti che sono confluiti nella nuova tendopoli sono stati complessivamente ottocentoquaranta (precedentemente erano poco più di quattrocento).

La tendopoli si ritiene che non sia certo una soluzione adeguata per i migranti e che può essere indispensabile, perciò, utilizzare urgentemente le case vuote nella zona, superando le diffidenze e coinvolgendo la popolazione, spinti da solidarietà e umanità al fine di restituire la dignità di esseri umani e lavoratori a queste persone.

A San Ferdinando non si può più tollerare né degrado, né morti.
Come accennato, la baraccopoli abusiva, demolita nei giorni scorsi, aveva ospitato fino a tremila immigrati. Successivamente allo sgombero del 7 marzo agli stranieri con permesso di soggiorno è stata fornita una sistemazione alternativa e controllata.

Avv. Jacopo Maria Pitorri

L’ONU e i paesi in difficoltà

A seguito del disastro causato dal ciclone tropicale Idai in Mozambico, Zimbabwe e Malawi, il capo degli affari umanitari dell’Onu ha comunicato che verranno stanziati venti milioni di dollari dal fondo per le emergenze delle Nazioni Unite, al fine di aiutare la popolazione in difficoltà (sono almeno 300 le persone morte a causa del ciclone Idai, che ha provocato l’esondazione dei fiumi e sommerso vaste aree, causando strade interrotte, ponti distrutti, blackout elettrico). La maggior parte del finanziamento sarà destinato al Mozambico, il paese maggiormente colpito (tra l’altro il più povero al mondo), dove, secondo le autorità, il bilancio delle vittime potrebbe arrivare ad oltre mille morti.

A seguito del disastro causato dal ciclone tropicale Idai in Mozambico, Zimbabwe e Malawi, il capo degli affari umanitari dell’Onu ha comunicato che verranno stanziati venti milioni di dollari dal fondo per le emergenze delle Nazioni Unite, al fine di aiutare la popolazione in difficoltà (sono almeno 300 le persone morte a causa del ciclone Idai, che ha provocato l’esondazione dei fiumi e sommerso vaste aree, causando strade interrotte, ponti distrutti, black-out elettrico). La maggior parte del finanziamento sarà destinato al Mozambico, il paese maggiormente colpito (tra l’altro il più povero al mondo), dove, secondo le autorità, il bilancio delle vittime potrebbe arrivare ad oltre mille morti.

In Malawi, invece, sono state colpite oltre novecentomila persone, con cinquantasei morti, quasi seicento feriti registrati, ed ottantatremila sfollati. Verrà fornita assistenza salvavita e sostegno alle comunità colpite; in particolare ad avere la priorità saranno gruppi vulnerabili come bambini, donne incinte o che allattano, persone con disabilità e affette da malattie croniche.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (in sigla ONU, sovente abbreviata in Nazioni Unite), è un’organizzazione intergovernativa a carattere internazionale, sorta il 24 ottobre 1945, successivamente alla fine della seconda guerra mondiale. Con l’entrata in vigore dello Statuto delle Nazioni Unite, vi hanno aderito 193 Stati del mondo sul totale dei 196 riconosciuti sovrani.

Tra gli scopi e i principi che l’organizzazione internazionale si è prefissata vi è quello di mantenere la pace e la sicurezza internazionale; promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace; favorire la cooperazione economica e sociale ed il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui; promuovere il rispetto per il diritto internazionale ed incoraggiarne lo sviluppo progressivo e la sua codificazione.

Il lavoro svolto nel mondo da questa importante organizzazione è di primaria importanza.

 Ad esempio  il Venezuela vive una drammatica situazione, sia a causa del  restringimento dello spazio democratico, che per l’inarrestabile criminalizzazione di proteste pacifiche e del dissenso. Solo quest’anno sono state documentate diverse violazioni dei diritti umani ed  abusi. Oltre ciò, le misure adottate per far fronte alla gravità della crisi umanitaria e alimentare si sono dimostrate del tutto insufficienti.

Si auspica che pertanto che  l’Onu possa dare il proprio apporto per cambiare le cose a garanzia dei diritti fondamentali dell’essere umano.

A seguito del disastro causato dal ciclone tropicale Idai in Mozambico, Zimbabwe e Malawi, il capo degli affari umanitari dell’Onu ha comunicato che verranno stanziati venti milioni di dollari dal fondo per le emergenze delle Nazioni Unite, al fine di aiutare la popolazione in difficoltà (sono almeno 300 le persone morte a causa del ciclone Idai, che ha provocato l’esondazione dei fiumi e sommerso vaste aree, causando strade interrotte, ponti distrutti, blackout elettrico). La maggior parte del finanziamento sarà destinato al Mozambico, il paese maggiormente colpito (tra l’altro il più povero al mondo), dove, secondo le autorità, il bilancio delle vittime potrebbe arrivare ad oltre mille morti.

In Malawi, invece, sono state colpite oltre novecentomila persone, con cinquantasei morti, quasi seicento feriti registrati, ed ottantatremila sfollati. Verrà fornita assistenza salvavita e sostegno alle comunità colpite; in particolare ad avere la priorità saranno gruppi vulnerabili come bambini, donne incinte o che allattano, persone con disabilità e affette da malattie croniche.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite (in sigla ONU, sovente abbreviata in Nazioni Unite), è un’organizzazione intergovernativa a carattere internazionale, sorta il 24 ottobre 1945, successivamente alla fine della seconda guerra mondiale. Con l’entrata in vigore dello Statuto delle Nazioni Unite, vi hanno aderito 193 Stati del mondo sul totale dei 196 riconosciuti sovrani.

Tra gli scopi e i principi che l’organizzazione internazionale si è prefissata vi è quello di mantenere la pace e la sicurezza internazionale; promuovere la soluzione delle controversie internazionali e risolvere pacificamente le situazioni che potrebbero portare ad una rottura della pace; favorire la cooperazione economica e sociale ed il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a vantaggio di tutti gli individui; promuovere il rispetto per il diritto internazionale ed incoraggiarne lo sviluppo progressivo e la sua codificazione.

Il lavoro svolto nel mondo da questa importante organizzazione è di primaria importanza.

 Ad esempio, il Venezuela vive una drammatica situazione, sia a causa del restringimento dello spazio democratico, che per l’inarrestabile criminalizzazione di proteste pacifiche e del dissenso. Solo quest’anno sono state documentate diverse violazioni dei diritti umani ed abusi. Oltre ciò, le misure adottate per far fronte alla gravità della crisi umanitaria e alimentare si sono dimostrate del tutto insufficienti.

Si auspica che pertanto che l’Onu possa dare il proprio apporto per cambiare le cose a garanzia dei diritti fondamentali dell’essere umano.

Avv. Jacopo Maria Pitorri

In Kenya l’assemblea ONU sull’ambiente.

A Nairobi, in Kenya, si è tenuta la quarta Assemblea delle Nazioni Unite sull’ambiente.

A Nairobi, in Kenya, si  è tenuta  la quarta Assemblea delle Nazioni Unite sull’ambiente.

 L’Onu è l’Organizzazione delle Nazioni Unite – intergovernativa a carattere internazionale – nata il 24 ottobre 1945 (successivamente alla fine della seconda guerra mondiale).

 Ad aderire, con l’entrata in vigore dello Statuto delle Nazioni Unite, furono 193 Stati del mondo, sul totale dei 196 riconosciuti sovrani.

L’assemblea sull’ambiente ha avuto inizio con la emblematica bandiera azzurra a mezz’asta, in segno di lutto, ed un minuto di silenzio osservato all’apertura di ciascuna riunione, per la tragedia del Boeing 737 della Ethiopian Airlines (avvenuta l’11 marzo 2019),  in cui sono morte 157 persone, tra cui 19 dipendenti Onu.

I delegati di 193 Stati membri dell’Onu, ministri, rappresentanti di Ong (Organizzazioni non governative) e amministratori di multinazionali si  sono confrontati sulle tematiche ambientali, con l’obiettivo di incrementare sforzi ed energie per salvare il pianeta dal cambiamento climatico e dall’eccessivo sfruttamento delle risorse. Altri argomenti le nuove tecnologie e in particolare della geo-ingegneria, considerate soluzioni alternative all’eccessiva produzione di Co2 (anidrite carbonica), di riduzione dei consumi, di spreco alimentare e dell’inquinamento marino da plastiche di ogni tipo.

Anche il Santo Padre (costantemente attento al tema del rispetto della “Casa comune”, cui ha dedicato l’Enciclica ‘”Laudato si”, qualche  giorno fa,  accogliendo in Vaticano i partecipanti alla Conferenza su religioni e sviluppo sostenibile), ha sottolineato quanto fosse necessaria una sorta di “conversione ecologica” del mondo attuale.

Il WWF (la più grande organizzazione mondiale impegnata nella conservazione della natura) ha lanciato una mobilitazione internazionale gridando il motto “Plastic Free Oceans” –  fuori la plastica dai nostri mari: il tutto per velocizzare il più possibile la totale eliminazione dei prodotti di plastica monouso sia in Europa,  che in Italia.

Le problematiche trattate all’evento di Nairobi  hanno riguardato tutti i problemi ambientali: dal clima, alla biodiversità, al sovrasfruttamento delle risorse, in una modalità coordinata e costruttiva.

 Da quanto emerge dall’ultimo report del WWF, invero, circa cento milioni di tonnellate di plastica, ogni anno, vengono disperse nel mondo e circa nove milioni sono le tonnellate che finiscono annualmente nei nostri Oceani.

A Nairobi, in Kenya, si è tenuta la quarta Assemblea delle Nazioni Unite sull’ambiente.

 L’Onu è l’Organizzazione delle Nazioni Unite – intergovernativa a carattere internazionale – nata il 24 ottobre 1945 (successivamente alla fine della Seconda guerra mondiale).

 Ad aderire, con l’entrata in vigore dello Statuto delle Nazioni Unite, furono 193 Stati del mondo, sul totale dei 196 riconosciuti sovrani.

L’assemblea sull’ambiente ha avuto inizio con la emblematica bandiera azzurra a mezz’asta, in segno di lutto, ed un minuto di silenzio osservato all’apertura di ciascuna riunione, per la tragedia del Boeing 737 della Ethiopian Airlines (avvenuta l’11 marzo 2019), in cui sono morte 157 persone, tra cui 19 dipendenti Onu.

I delegati di 193 Stati membri dell’Onu, ministri, rappresentanti di Ong (Organizzazioni non governative) e amministratori di multinazionali si sono confrontati sulle tematiche ambientali, con l’obiettivo di incrementare sforzi ed energie per salvare il pianeta dal cambiamento climatico e dall’eccessivo sfruttamento delle risorse. Altri argomenti le nuove tecnologie e in particolare della geo-ingegneria, considerate soluzioni alternative all’eccessiva produzione di Co2 (anidrite carbonica), di riduzione dei consumi, di spreco alimentare e dell’inquinamento marino da plastiche di ogni tipo.

Anche il Santo Padre (costantemente attento al tema del rispetto della “Casa comune”, cui ha dedicato l’Enciclica ‘”Laudato si”, qualche giorno fa, accogliendo in Vaticano i partecipanti alla Conferenza su religioni e sviluppo sostenibile) ha sottolineato quanto fosse necessaria una sorta di “conversione ecologica” del mondo attuale.

Il WWF (la più grande organizzazione mondiale impegnata nella conservazione della natura) ha lanciato una mobilitazione internazionale gridando il motto “Plastic Free Oceans” – fuori la plastica dai nostri mari: il tutto per velocizzare il più possibile la totale eliminazione dei prodotti di plastica monouso sia in Europa, che in Italia.

Le problematiche trattate all’evento di Nairobi hanno riguardato tutti i problemi ambientali: dal clima, alla biodiversità, al sovra sfruttamento delle risorse, in una modalità coordinata e costruttiva.

 Da quanto emerge dall’ultimo report del WWF, invero, circa cento milioni di tonnellate di plastica, ogni anno, vengono disperse nel mondo e circa nove milioni sono le tonnellate che finiscono annualmente nei nostri Oceani.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

La xenofobia in Italia preoccupa l’ONU

È certamente noto che, negli ultimi anni, l’Italia ha avuto un ruolo importante, probabilmente fondamentale salvando i migranti in mare ed assumendosi sfide ed impegni di diverso tipo.

E’ certamente noto che, negli ultimi anni, l’Italia ha avuto un ruolo importante, probabilmente fondamentale salvando i migranti in mare ed assumendosi sfide ed impegni di diverso tipo.

Ciò nonostante, secondo il parere dell’Onu, il nostro Paese ha violato (e viola) i diritti umani dei migranti e le norme internazionali. Ragion per cui l’Italia è stata necessariamente posta sotto la cosiddetta “revisione universale periodica” dell’Alto Commissariato per i diritti umani, assumendo,  una posizione particolare, posto che da qualche mese il nostro Paese è entrato a far parte del Consiglio Onu sui diritti umani per i prossimi tre anni.

Gli esperti delle Nazioni unite hanno espresso non poca preoccupazione per la situazione italiana sui temi della criminalizzazione dei migranti, sul razzismo dilagante, sul proliferare degli episodi di xenofobia.

Il dissenso dell’Onu si è avuto anche in considerazione del rifiuto da parte dell’Italia di consentire lo sbarco alle navi Ong, oltre che alle navi appartenenti alla Guardia costiera italiana, nei porti italiani. Altra fonte di timore per gli immigrati, da parte dell’Onu, è stata quella relativa agli sviluppi legati all’applicazione del nuovo decreto sull’immigrazione e la sicurezza sui diritti di migranti. Dal report dell’Onu, invero, emerge che “come conseguenza della campagna diffamatoria contro le Ong, le organizzazioni hanno assistito a una drastica riduzione delle donazioni pubbliche e private, che sta presumibilmente influenzando la loro operabilità sia in mare (ricerca e salvataggio operazioni), che a terra (fornendo protezione e assistenza salva-vita a migranti), aumentando le vulnerabilità dei migranti alla tratta e ad altre forme di sfruttamento”.

Nel 2018 l’Italia ha ricevuto altre cinque comunicazioni su casi relativi a discriminazioni, razzismo e xenofobia, non fornendo alcuna risposta. Davanti a queste nuove contestazioni, pertanto, gli ispettori hanno concluso: “In attesa di una risposta, invitiamo a prendere tutte le misure provvisorie necessarie ad interrompere le presunte violazioni e impedire la loro ripetizione”.

In conclusione, per l’Onu, l’Italia “viola i diritti umani dei migranti e manca di rispetto agli obblighi internazionali”. Una dura accusa da prendere in considerazione attivandosi al più presto per placare i timori e le perplessità di una organizzazione internazionale di così grande rilievo.

È certamente noto che, negli ultimi anni, l’Italia ha avuto un ruolo importante, probabilmente fondamentale salvando i migranti in mare ed assumendosi sfide ed impegni di diverso tipo.

Ciò nonostante, secondo il parere dell’ONU, il nostro paese ha violato (e viola) i diritti umani dei migranti e le norme internazionali. Ragion per cui l’Italia è stata necessariamente posta sotto la cosiddetta “revisione universale periodica” dell’Alto Commissariato per i diritti umani, assumendo, una posizione particolare, posto che da qualche mese il nostro Paese è entrato a far parte del Consiglio ONU sui diritti umani per i prossimi tre anni.

Gli esperti delle Nazioni unite hanno espresso non poca preoccupazione per la situazione italiana sui temi della criminalizzazione dei migranti, sul razzismo dilagante, sul proliferare degli episodi di xenofobia.

Il dissenso dell’ONU si è avuto anche in considerazione del rifiuto da parte dell’Italia di consentire lo sbarco alle navi ONG, oltre che alle navi appartenenti alla Guardia costiera italiana, nei porti italiani. Altra fonte di timore per gli immigrati, da parte dell’ONU, è stata quella relativa agli sviluppi legati all’applicazione del nuovo decreto sull’immigrazione e la sicurezza sui diritti di migranti. Dal report dell’ONU, invero, emerge che “come conseguenza della campagna diffamatoria contro le ONG, le organizzazioni hanno assistito a una drastica riduzione delle donazioni pubbliche e private, che sta presumibilmente influenzando la loro operabilità sia in mare (ricerca e salvataggio operazioni), che a terra (fornendo protezione e assistenza salva-vita a migranti), aumentando le vulnerabilità dei migranti alla tratta e ad altre forme di sfruttamento”.

Nel 2018 l’Italia ha ricevuto altre cinque comunicazioni su casi relativi a discriminazioni, razzismo e xenofobia, non fornendo alcuna risposta. Davanti a queste nuove contestazioni, pertanto, gli ispettori hanno concluso: “In attesa di una risposta, invitiamo a prendere tutte le misure provvisorie necessarie ad interrompere le presunte violazioni e impedire la loro ripetizione”.

In conclusione, per l’Onu, l’Italia “viola i diritti umani dei migranti e manca di rispetto agli obblighi internazionali”. Una dura accusa da prendere in considerazione attivandosi al più presto per placare i timori e le perplessità di una organizzazione internazionale di così grande rilievo.

Avvocato Jacopo Maria Pitorri

Il global compact e l’Italia

Il “Global compact for safe, orderly and regular migration”, più semplicemente detto Global compact sull’immigrazione, è un documento sottoscritto da diversi Stati e promosso dalle Nazioni Unite. Prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie, nel tentativo di dare una risposta coordinata e globale a tale fenomeno.

Il “Global compact for safe, orderly and regular migration”, più semplicemente detto Global compact sull’immigrazione, è un documento sottoscritto da diversi Stati e promosso dalle Nazioni Unite. Prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie, nel tentativo di dare una risposta coordinata e globale a tale fenomeno.

L’iniziativa è nata a New York, nel settembre del 2016, quando tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite (193 Stati) hanno firmato la cosiddetta Dichiarazione di New York sui migranti e i rifugiati, dando il via a ben due anni di negoziati.

Pur non essendo il documento in questione vincolante (indica, infatti, soltanto la volontà degli stati di seguire alcuni princìpi comuni, ispirati a norme internazionali), diversi governi (tra cui quello italiano) non hanno partecipato al vertice di Marrakech del dicembre scorso, che ha avuto per fondamento l’adesione o meno all’accordo.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che fa proprio il Patto globale per una sicura ordinata e regolare migrazione (Global Compact for Migration), con 152 voti a favore, 5 contro, 12 astenuti. L’accordo è stato adottato il 12 dicembre dalla Conferenza Intergovernativa di Marrakech (in Marocco) con il “sì” di 164 paesi. L’Italia, che ha partecipato a tutte le fasi del negoziato nel corso degli ultimi due anni, è stata  assente a Marrakech.

Ovviamente il Global compact è stato protagonista in tutto il mondo di una campagna di comunicazione politica estremamente incisiva, posto che alcuni Stati hanno sempre visto (e tuttora vedono) l’accordo come uno strumento volto a  favorire una sorta di invasione e immigrazione incontrollata.

Il Global compact, però, null’altro è che una sorta di piattaforma non vincolante, basata sul presupposto che la migrazione fa parte dell’esperienza umana; tra l’altro il suo impatto può essere migliorato, rendendo più efficaci le politiche sull’immigrazione. Tant’è vero che nel preambolo del testo si definisce “cruciale” la cooperazione tra i diversi Stati.

Il Global compact, in buona sostanza, pone le basi per una comprensione comune del fenomeno migratorio, la condivisione delle responsabilità e l’unità degli obiettivi. Le linee guida del documento  vertono sulla centralità delle persone, sulla cooperazione internazionale, sul rispetto della sovranità di ogni stato, sul rispetto delle norme internazionali e  dei diritti umani, sulle differenze di genere e su i  diritti dei minori.

Diversi sono gli obiettivi indicati nell’accordo. Per citarne alcuni:  la riduzione delle cause negative e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese di origine;  fornire informazioni accurate e tempestive lungo tutte le fasi del percorso migratorio; garantire che tutti i migranti abbiano una prova della loro identità e una documentazione idonea; agevolare condizioni di assunzione e tutele giuste ed etiche per assicurare un lavoro decente; salvare vite e stabilire degli sforzi internazionali coordinati per i migranti dispersi; prevenire, combattere ed eliminare il traffico di esseri umani nel contesto della migrazione internazionale; gestire le frontiere in un modo integrato, sicuro e coordinato; migliorare la protezione, l’assistenza e la cooperazione durante il percorso migratorio; consentire ai migranti e alle società di realizzare la piena inclusione e la coesione sociale; eliminare tutte le forme di discriminazione; cooperare per facilitare rimpatri e riammissioni sicuri e dignitosi e un reinserimento sostenibile; rafforzare la cooperazione internazionale e le partnership globali per una migrazione sicura, ordinata e legale.

In ogni caso, va specificato, il Global compact ha soprattutto un valore morale, non vincola a fare nulla, non è un trattato, non può cambiare le leggi internazionali, reclama solo maggiore cooperazione nella gestione delle migrazioni. Il paese che non sottoscrive il documento verosimilmente  rischia di rimanere isolato rispetto alla gestione di un evento globale, che riguarda tutti. Eppure la Camera, con soli 112 voti favorevoli ( di contro a 102 contrari e l’astensione di 262 deputati ) ha approvato oggi parti di una mozione che impegna  il governo a non sottoscrivere il Global Compact sui rifugiati ed a non contribuire in alcun modo al finanziamento del relativo trust fund (Fondo Fiduciario Europeo di Emergenza per l’Africa, anche chiamato “Trust Fund”,  per finanziare con rapidità iniziative per affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari).

A livello europeo, sarebbe riduttivo dire che il Global compact ha diviso l’Europa, posto che sono svariati anni che l’Unione europea è spaccata sulla questione migratoria o, meglio, che ogni Stato membro – con più o meno considerazione per i diritti fondamentali dei migranti – cerca di mantenere come può il controllo delle sue politiche migratorie. In ogni modo, contrariamente a quanto sostenuto dagli avversari del Global compact, vi sono anche coloro che ritengono che l’accordo non favorisce affatto l’immigrazione selvaggia.

Il “Global compact for safe, orderly and regular migration”, più semplicemente detto Global compact sull’immigrazione, è un documento sottoscritto da diversi Stati e promosso dalle Nazioni Unite. Prevede la condivisione di alcune linee guida generali sulle politiche migratorie, nel tentativo di dare una risposta coordinata e globale a tale fenomeno.

L’iniziativa è nata a New York, nel settembre del 2016, quando tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite (193 Stati) hanno firmato la cosiddetta Dichiarazione di New York sui migranti e i rifugiati, dando il via a ben due anni di negoziati.

Pur non essendo il documento in questione vincolante (indica, infatti, soltanto la volontà degli stati di seguire alcuni princìpi comuni, ispirati a norme internazionali), diversi governi (tra cui quello italiano) non hanno partecipato al vertice di Marrakech del dicembre scorso, che ha avuto per fondamento l’adesione o meno all’accordo.

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che fa proprio il Patto globale per una sicura ordinata e regolare migrazione (Global Compact for Migration), con 152 voti a favore, 5 contro, 12 astenuti. L’accordo è stato adottato il 12 dicembre dalla Conferenza Intergovernativa di Marrakech (in Marocco) con il “sì” di 164 paesi. L’Italia, che ha partecipato a tutte le fasi del negoziato nel corso degli ultimi due anni, è stata assente a Marrakech.

Ovviamente il Global compact è stato protagonista in tutto il mondo di una campagna di comunicazione politica estremamente incisiva, posto che alcuni Stati hanno sempre visto (e tuttora vedono) l’accordo come uno strumento volto a  favorire una sorta di invasione e immigrazione incontrollata.

Il Global compact, però, null’altro è che una sorta di piattaforma non vincolante, basata sul presupposto che la migrazione fa parte dell’esperienza umana; tra l’altro il suo impatto può essere migliorato, rendendo più efficaci le politiche sull’immigrazione. Tant’è vero che nel preambolo del testo si definisce “cruciale” la cooperazione tra i diversi Stati.

Il Global compact, in buona sostanza, pone le basi per una comprensione comune del fenomeno migratorio, la condivisione delle responsabilità e l’unità degli obiettivi. Le linee guida del documento vertono sulla centralità delle persone, sulla cooperazione internazionale, sul rispetto della sovranità di ogni stato, sul rispetto delle norme internazionali e  dei diritti umani, sulle differenze di genere e su i  diritti dei minori.

Diversi sono gli obiettivi indicati nell’accordo. Per citarne alcuni:  la riduzione delle cause negative e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese di origine;  fornire informazioni accurate e tempestive lungo tutte le fasi del percorso migratorio; garantire che tutti i migranti abbiano una prova della loro identità e una documentazione idonea; agevolare condizioni di assunzione e tutele giuste ed etiche per assicurare un lavoro decente; salvare vite e stabilire degli sforzi internazionali coordinati per i migranti dispersi; prevenire, combattere ed eliminare il traffico di esseri umani nel contesto della migrazione internazionale; gestire le frontiere in un modo integrato, sicuro e coordinato; migliorare la protezione, l’assistenza e la cooperazione durante il percorso migratorio; consentire ai migranti e alle società di realizzare la piena inclusione e la coesione sociale; eliminare tutte le forme di discriminazione; cooperare per facilitare rimpatri e riammissioni sicuri e dignitosi e un reinserimento sostenibile; rafforzare la cooperazione internazionale e le partnership globali per una migrazione sicura, ordinata e legale.

In ogni caso, va specificato, il Global compact ha soprattutto un valore morale, non vincola a fare nulla, non è un trattato, non può cambiare le leggi internazionali, reclama solo maggiore cooperazione nella gestione delle migrazioni. Il paese che non sottoscrive il documento verosimilmente rischia di rimanere isolato rispetto alla gestione di un evento globale, che riguarda tutti. Eppure la Camera, con soli 112 voti favorevoli ( di contro a 102 contrari e l’astensione di 262 deputati ) ha approvato oggi parti di una mozione che impegna  il governo a non sottoscrivere il Global Compact sui rifugiati ed a non contribuire in alcun modo al finanziamento del relativo trust fund (Fondo Fiduciario Europeo di Emergenza per l’Africa, anche chiamato “Trust Fund”,  per finanziare con rapidità iniziative per affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari).

A livello europeo, sarebbe riduttivo dire che il Global compact ha diviso l’Europa, posto che sono svariati anni che l’Unione europea è spaccata sulla questione migratoria o, meglio, che ogni Stato membro – con più o meno considerazione per i diritti fondamentali dei migranti – cerca di mantenere come può il controllo delle sue politiche migratorie. In ogni modo, contrariamente a quanto sostenuto dagli avversari del Global compact, vi sono anche coloro che ritengono che l’accordo non favorisce affatto l’immigrazione selvaggia.

Avvocato Jacopo Maria Pitorri

L’Italia presente al vertice in Libia sul traffico migranti

Qualche giorno fa, a Tripoli, si è svolta la prima riunione tecnica alla presenza dei rappresentanti del Dipartimento pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, del Comando Generale della Guardia di finanza, del Comando generale delle Capitanerie di porto, della Marina militare italiana e dei   vertici della Marina e della Guardia Costiera libica.

Qualche giorno fa, a Tripoli, si è svolta la prima riunione tecnica alla presenza dei rappresentanti del Dipartimento pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, del Comando Generale della Guardia di finanza, del Comando generale delle Capitanerie di porto, della Marina militare italiana e dei   vertici della Marina e della Guardia Costiera libica.

Più specificamente si è realizzato una sorta di summit fondato sullo sviluppo del progetto italiano per la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, il cui obiettivo consiste nel graduale rafforzamento delle capacità delle competenti autorità libiche in questi settori (inclusa la lotta al traffico di migranti, nonché la ricerca e soccorso in mare).

Va specificato che una prima fase di attuazione del piano si è avuta nel dicembre del 2017, con il co-finanziamento della Unione Europea per un importo complessivo di 46,3 milioni di euro. L’anno successivo, il 13 dicembre 2018, è stata approvata e finanziata  una seconda fase, in cui sono stati messi a disposizione 45 milioni di euro, fondi versati nel Trust Fund dai paesi del gruppo di Visegrad (Polonia Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) per 35 milioni e dalla Commissione europea per 10 milioni. 

Le finalità del progetto sono diverse. Riguardano un  maggiore addestramento delle forze libiche  in campo  e per ottenere lo sviluppo delle riforme istituzionali , responsabili della gestione delle frontiere (incluse le operazioni di ricerca e soccorso). Altro fine è il  potenziamento delle capacità operative delle autorità marittime libiche, mediante la fornitura di quattro imbarcazioni per attività di search and rescue in alto mare. Oltre ciò, un importante obiettivo consiste nella realizzazione dell’Mrcc (Maritime rescue Coordination centre) nella capitale libica, con graduale attivazione di sistemi di comunicazione e controllo lungo la fascia costiera; ciò andrebbe a rendere più concreta l’attività della Guardia costiera libica nella parte di mare che le compete. E’, infine, ritenuto  fondamentale che si giunga al più presto alla realizzazione di un cantiere nautico a Tripoli, per la manutenzione delle imbarcazioni già donate dal Governo italiano alla guardia costiera libica, nonché di quelle che saranno fornite nell’ambito del progetto.

E’ ormai noto che nel 2018  la rotta libica ha subito un drastico crollo di partenze dalle coste tripoline e l’attività delle navi Ong (organizzazioni senza fini di lucro, impegnate nel salvataggio dei migranti in mare) viene messa in discussione. Una rotta, quindi, in cui i numeri svelano  un netto ridimensionamento, ma non una totale chiusura.

Verosimilmente servono maggiori fondi e nuovi impegni da parte dell’Europa, per fronteggiare l’emergenza che parte al sud del paese. Non è facile, tuttavia, arginare un costante problema: il rischio che il denaro, in realtà, finisca in mani sbagliate. La destabilizzazione della Libia non permette – al momento – di procedere verso pianificati piani e precisi programmi a lungo termine. Nel sud in particolar modo, poi, la situazione è totalmente fuori controllo: intere lande del deserto sono preda di bande di criminali.

L’Italia, comunque, continua a cercare una soluzione di pace per il paese nord africano. Mentre, invero, prosegue  l’impegno italiano riguardo all’attività di formazione specifica in ogni settore del personale delle amministrazioni libiche,  è già in programma il vertice finale, che  dovrebbe svolgersi a fine marzo a Roma, con l’obiettivo di riuscire ad attuare l’intero piano europeo per il graduale rafforzamento delle capacità delle autorità libiche.

Sono molte, dunque, le buone intenzioni. Fino a che, tuttavia, la Libia resterà con il suo quadro fortemente frastagliato, sarà del tutto prematuro e molto complesso affrontare tematiche delicate come quelle dell’immigrazione.

Qualche giorno fa, a Tripoli, si è svolta la prima riunione tecnica alla presenza dei rappresentanti del Dipartimento pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno, del Comando Generale della Guardia di finanza, del Comando generale delle Capitanerie di porto, della Marina militare italiana e dei   vertici della Marina e della Guardia Costiera libica.

Più specificamente si è realizzato una sorta di summit fondato sullo sviluppo del progetto italiano per la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, il cui obiettivo consiste nel graduale rafforzamento delle capacità delle competenti autorità libiche in questi settori (inclusa la lotta al traffico di migranti, nonché la ricerca e soccorso in mare).

Va specificato che una prima fase di attuazione del piano si è avuta nel dicembre del 2017, con il co-finanziamento della Unione Europea per un importo complessivo di 46,3 milioni di euro. L’anno successivo, il 13 dicembre 2018, è stata approvata e finanziata  una seconda fase, in cui sono stati messi a disposizione 45 milioni di euro, fondi versati nel Trust Fund dai paesi del gruppo di Visegrad (Polonia Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) per 35 milioni e dalla Commissione europea per 10 milioni. 

Le finalità del progetto sono diverse. Riguardano un  maggiore addestramento delle forze libiche  in campo  e per ottenere lo sviluppo delle riforme istituzionali , responsabili della gestione delle frontiere (incluse le operazioni di ricerca e soccorso). Altro fine è il  potenziamento delle capacità operative delle autorità marittime libiche, mediante la fornitura di quattro imbarcazioni per attività di search and rescue in alto mare. Oltre ciò, un importante obiettivo consiste nella realizzazione dell’Mrcc (Maritime rescue Coordination centre) nella capitale libica, con graduale attivazione di sistemi di comunicazione e controllo lungo la fascia costiera; ciò andrebbe a rendere più concreta l’attività della Guardia costiera libica nella parte di mare che le compete. E’, infine, ritenuto  fondamentale che si giunga al più presto alla realizzazione di un cantiere nautico a Tripoli, per la manutenzione delle imbarcazioni già donate dal Governo italiano alla guardia costiera libica, nonché di quelle che saranno fornite nell’ambito del progetto.

E’ ormai noto che nel 2018  la rotta libica ha subito un drastico crollo di partenze dalle coste tripoline e l’attività delle navi Ong (organizzazioni senza fini di lucro, impegnate nel salvataggio dei migranti in mare) viene messa in discussione. Una rotta, quindi, in cui i numeri svelano  un netto ridimensionamento, ma non una totale chiusura.

Verosimilmente servono maggiori fondi e nuovi impegni da parte dell’Europa, per fronteggiare l’emergenza che parte al sud del paese. Non è facile, tuttavia, arginare un costante problema: il rischio che il denaro, in realtà, finisca in mani sbagliate. La destabilizzazione della Libia non permette – al momento – di procedere verso pianificati piani e precisi programmi a lungo termine. Nel sud in particolar modo, poi, la situazione è totalmente fuori controllo: intere lande del deserto sono preda di bande di criminali.

L’Italia, comunque, continua a cercare una soluzione di pace per il paese nord africano. Mentre, invero, prosegue  l’impegno italiano riguardo all’attività di formazione specifica in ogni settore del personale delle amministrazioni libiche,  è già in programma il vertice finale, che  dovrebbe svolgersi a fine marzo a Roma, con l’obiettivo di riuscire ad attuare l’intero piano europeo per il graduale rafforzamento delle capacità delle autorità libiche.

Sono molte, dunque, le buone intenzioni. Fino a che, tuttavia, la Libia resterà con il suo quadro fortemente frastagliato, sarà del tutto prematuro e molto complesso affrontare tematiche delicate come quelle dell’immigrazione.

Avvocato Jacopo Maria Pitorri