Il tema dei migranti nella foto dell’anno

Quest’anno, in occasione del World Press Photo, la giuria ha scelto una delle immagini simbolo del 2018 come foto-notizia dell’anno: “La bambina che piange al confine” di John Moore. L’immagine, scattata il 12 giugno 2018 in Texas, città di confine tra Usa e Messico, ha da subito suscitato una immensa emozione tra la gente. Dalla foto, che ha fatto il giro del mondo, è emersa la questione dei minori separati dalle famiglie dei migranti, giunti al confine statunitense. Viene mostrata la bambina honduregna – Yanela Sanchez – che piange tra le gambe di sua madre Sandra, mentre la donna viene perquisita da un agente. Successivamente alla sua pubblicazione, le autorità di frontiera degli Stati Uniti hanno emesso un comunicato per dire che Yanela e sua madre non erano tra le migliaia di famiglie che erano state separate all’ingresso nel Paese.

L’autore della celebre foto, vincitrice del World Press Photo 2019, è John Moore, fotografo e corrispondente speciale per Getty Image (un’agenzia fotografica con sede a Seattle, negli Stati Uniti.). Moore ha fotografato in ben sessantacinque paesi del mondo e sei continenti. Le sue foto sono pubblicate a livello internazionale da diciassette anni. Da quando è tornato negli Stati Uniti, nel 2008, la sua attenzione si è riversata sulla questione dell’immigrazione e sui problemi della frontiera. La fotografia che gli ha dato il premio mondiale quest’anno, infatti, narra la storia dei deboli e sfortunati, facendo risaltare sentimenti, aspetti emotivi e, verosimilmente, la violenza psicologica subita.

Gli organizzatori del noto concorso fotografico, per il 2019 hanno voluto introdurre un premio speciale con l’obiettivo di porre al centro dell’attenzione non solo le immagini, ma anche i reportage fotografici che raccontano storie importanti. La giuria ha scelto “The Migrant Caravan” di Pieter Ten Hoopen come “World Press Photo Story of the Year”. Più specificamente, la serie documenta la più grande carovana di migranti nella storia recente del continente nordamericano, con ben settemila persone, tra cui almeno duemilatrecento bambini. La carovana, partita da San Pedro Sula (in Honduras), lo scorso 12 ottobre, e con il tam-tam e il passaparola, ha richiamato via via persone provenienti dal Nicaragua, da El Salvador e dal Guatemala.

Pieter Ten Hoopen, celebre fotografo a livello mondiale, lavora per Agency VU a Parigi, ed è anche fondatore della società “Civilian Act” di Stoccolma.  Ha seguito guerre e crisi umanitarie dal 2004.

Dalla foto emerge un gran senso di dignità, oltre al vero, profondo significato della parola speranza.

Avv. Iacopo Pitorri

I migranti arrivano a Lampedusa dalla Libia

Settanta migranti, quasi tutti tunisini (tra cui una donna), diciassette libici, in fuga dalla guerra civile, a bordo di un barcone diretto a Lampedusa, giungono, in data 11 aprile 2019, sull’isola di Lampedusa. Una motovedetta della Guardia di Finanza, ed una della Guardia costiera, hanno provveduto al trasbordo degli stessi sulle due imbarcazioni, dirette, appunto, verso l’isola siciliana.

Settanta migranti,quasi tutti tunisini (tra cui una donna), diciasette libici, in fuga dalla guerra civile, a bordo di un barcone diretto a Lampedusa, giungono, in data 11 aprile 2019, sull’isola di Lampedusa. Una motovedetta della Guardia di Finanza, ed una della Guardia costiera, hanno provveduto al trasbordo degli stessi sulle due imbarcazioni, dirette, appunto, verso l’isola siciliana.

 Si rammenta che, per disposizione del Governo, i porti italiani sono chiusi. Tuttavia, quando l’imbarcazione è stata intercettata si trovava già in acque italiane. Le forze dell’ordine, pertanto, altro non hanno potuto fare, se non prendere i migranti a bordo e portarli verso l’isola italiana. A dire del Viminale, sono già in corso le operazioni volte ad espellere i settanta migranti. Le procedure di espulsione e rimpatrio, tuttavia, richiedono per legge alcuni mesi.

Oltre ciò, sia l’Unicef (il fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), che l’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, per la loro protezione internazionale ed assistenza materiale) chiedono, e con urgenza, l’autorizzazione per lo sbarco dei sessantadue migranti che da ben  nove giorni sono a bordo della Alan Kurdi della Sea Eye, al largo delle acque maltesi. Si continua a ribadire la assoluta priorità di salvare vite umane in mare, nonché di  assicurare un luogo di sbarco sicuro e tempestivo. Il tutto, sottolineando che la situazione in Libia rende assolutamente necessario stabilire meccanismi di sbarco in paesi sicuri, i quali siano in linea con tutte le convenzioni internazionali.

Intanto, il naufragio di una ventina di migranti a bordo di un barcone partito dalle coste della Libia, ad opera dei trafficanti di vita umana, si conclude con l’intervento della Guardia costiera libica. La preghiera di disperazione dei migranti a bordo del gommone, di giungere in Italia, non è stata ascoltata. Grande delusione da parte delle Ong.

Settanta migranti, quasi tutti tunisini (tra cui una donna), diciassette libici, in fuga dalla guerra civile, a bordo di un barcone diretto a Lampedusa, giungono, in data 11 aprile 2019, sull’isola di Lampedusa. Una motovedetta della Guardia di Finanza, ed una della Guardia costiera, hanno provveduto al trasbordo degli stessi sulle due imbarcazioni, dirette, appunto, verso l’isola siciliana.

 Si rammenta che, per disposizione del Governo, i porti italiani sono chiusi. Tuttavia, quando l’imbarcazione è stata intercettata si trovava già in acque italiane. Le forze dell’ordine, pertanto, altro non hanno potuto fare, se non prendere i migranti a bordo e portarli verso l’isola italiana. A dire del Viminale, sono già in corso le operazioni volte ad espellere i settanta migranti. Le procedure di espulsione e rimpatrio, tuttavia, richiedono per legge alcuni mesi.

Oltre ciò, sia l’Unicef (il fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia), che l’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, per la loro protezione internazionale ed assistenza materiale) chiedono, e con urgenza, l’autorizzazione per lo sbarco dei sessantadue migranti che da ben nove giorni sono a bordo della Alan Kurdi della Sea Eye, al largo delle acque maltesi. Si continua a ribadire la assoluta priorità di salvare vite umane in mare, nonché di assicurare un luogo di sbarco sicuro e tempestivo. Il tutto, sottolineando che la situazione in Libia rende assolutamente necessario stabilire meccanismi di sbarco in paesi sicuri, i quali siano in linea con tutte le convenzioni internazionali.

Intanto, il naufragio di una ventina di migranti a bordo di un barcone partito dalle coste della Libia, ad opera dei trafficanti di vita umana, si conclude con l’intervento della Guardia costiera libica. La preghiera di disperazione dei migranti a bordo del gommone, di giungere in Italia, non è stata ascoltata. Grande delusione da parte delle Ong.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

Venezuela, è emergenza umanitaria

Il Venezuela vive, attualmente, una situazione estremamente difficile. Riunitosi il Consiglio di Sicurezza ONU, ciò che è emerso è davvero spaventoso, se possibile reso ancora più drammatico dai dati riportati da UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, per la loro protezione internazionale ed assistenza materiale) e da OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, fondata nel 1951). Al riguardo, anche l’ultimo report emerso da Human Rights Watch (l’organizzazione non governativa internazionale, che si occupa della difesa dei diritti umani) non è dei più rassicuranti.

Circa sette milioni di persone, in Venezuela, necessitano di assistenza umanitaria. Più specificamente, il 24% della popolazione ha urgente bisogno di cure e protezione. I più vulnerabili sono i disabili e le donne in gravidanza. Il 94% degli abitanti vive in condizioni di povertà. Le importazioni di cibo sono crollate dal 75% al 66% e vi è una disponibilità sempre più limitata di acqua potabile. La capitale venezuelana Caracas (oltre ad almeno altri 19 stati del Venezuela) è rimasta nuovamente anche senza corrente elettrica. Lo Stato venezuelano è stato colpito dall’ennesimo blackout di portata nazionale.

Sono quasi quattro milioni i venezuelani che hanno lasciato il Paese (l’80% dei quali è partito tra il 2015 e l’inizio del 2019). Sono oltre 20 i Paesi dell’America Latina colpiti dal flusso di popolazione. Si stima, inoltre, che saranno ancora cinque milioni i venezuelani che entro la fine dell’anno lasceranno lo Stato della parte settentrionale dell’America Latina, noto, tra l’altro, oltre che per la sua meravigliosa costa caraibica, anche per le Ande.

Ulteriormente, secondo il rapporto di Human Rights Watch, concorrono alla crisi un sistema sanitario al collasso, la mancanza di adeguata copertura vaccinale (che ha portato, solo per citare un esempio, ad oltre duemilatrecento casi di morbillo registrati dal giugno 2017, nonché all’aumento di casi di malaria e di altre malattie), ed una crisi nutrizionale che coinvolge adulti e bambini. Il report evidenzia come un terzo degli operatori del sistema sanitario abbiano abbandonato il Paese.

Secondo l’Onu bisogna fare di più per questo Stato in evidente difficoltà.

Il Vicepresidente degli Stati Uniti ha annunciato che Washington stanzierà altri sessanta milioni di dollari in assistenza umanitaria, comunicando, però, che “gli Stati Uniti continueranno ad esercitare pressione economica e diplomatica per promuovere una transizione pacifica verso la democrazia, ma tutte le opzioni sono ancora sul tavolo”.

Dal canto suo l’ambasciatore venezuelano, rivolgendosi alla stampa, ha contestato tanto l’istanza degli Stati Uniti, quanto quella di Human Rights Watch. In merito all’eventuale riconoscimento di un nuovo governo, e, dunque, di una nuova delegazione venezuelana alle Nazioni Unite, ha chiarito che la Carta prevede l’opzione della sospensione dello status di membro su proposta sì del Consiglio di Sicurezza, ma su delibera dell’Assemblea Generale, dove è convinto che la maggioranza degli Stati sosterrebbe la causa del Venezuela.

In un momento di caos politico ed economico, comunque, stante i numeri a dir poco preoccupanti, non vi è dubbio che la popolazione venezuelana sta pagando il prezzo più alto.

Avv. Iacopo Pitorri

L’inferno e il caos avvolgono la Libia

In tema di migranti, Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, vero e proprio sistema di controllo e gestione delle frontiere esterne dello Spazio Schengen), rende noto che nel primo trimestre 2019 si è registrato il 13% di arrivi in meno rispetto all’anno precedente (addirittura, con un calo drastico degli arrivi dalla rotta del Mediterraneo centrale, crollati del 92%).

Intanto dalla Libia, le squadre di MSF (Medici senza Frontiere), comunicano che ci sono diversi civili intrappolati nei combattimenti che si stanno svolgendo a Tripoli. Tra questi sono inclusi centinaia di migranti e rifugiati, bloccati, nei centri di detenzione. Attualmente sono, ormai, moltissime le persone che abitano nelle aree del conflitto, costrette alla fuga in altre zone della città. I migranti, in questa terribile situazione, non hanno alcuna possibilità di fuga. Sono costretti a condizioni pericolose e degradanti; vivono in condizioni disperate e di sofferenza; la loro salute fisica e mentale è estremamente instabile.

 In questo caos, sono trascinati, malauguratamente, donne e bambini.  Si ritiene che una evacuazione generale abbia carattere di urgenza. Medici Senza Frontiere, perciò, lancia un appello affinché tutti i rifugiati e migranti detenuti in Libia siano evacuati dalle zone a rischio, appena possibile e, in attesa del loro rilascio, chiede che vengano garantiti la loro sicurezza e i loro bisogni essenziali. È la terza volta, negli ultimi sette mesi, che a Tripoli scoppiano combattimenti

La situazione per i minori è divenuta a dir poco drammatica. Basti pensare che circa mezzo milione di bambini, a Tripoli, e decine di migliaia nelle aree occidentali, sono a rischio diretto a causa dell’aumentare dei combattimenti. L’Unicef, al riguardo, chiede a tutte le parti in conflitto di proteggere i più piccoli e di astenersi dal commettere violazioni contro i bambini.

In tutto ciò, vi sono state delle impennate nelle quotazioni del petrolio. Il rialzo del prezzo del greggio ha interessato particolarmente l’Aramco (la compagnia nazionale del petrolio saudita, la più grande al mondo). Mentre l’Eni ha evacuato il personale italiano presente sul posto.

Avv. Iacopo Pitorri

I migranti della Alan Kurdi chiedono aiuto

La motonave tedesca Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, con a bordo sessantaquattro migranti (salvati più di una settimana fa al largo di Lampedusa), e diciassette soccorritori facenti parte dell’equipaggio, si trova, attualmente, a circa 30 miglia a sud di Malta, al largo delle acque territoriali dell’isola.

Da quando l’imbarcazione – lunga circa trentotto metri di lunghezza – si è allontanata da Lampedusa (la mattina dello scorso 5 aprile), il Governo maltese non ha ancora ufficialmente preso una decisione riguardo al concedere o meno l’attracco. Il comandante, pertanto si mantiene a distanza, navigando a non più di cinque nodi.

La Ong, proprio stamattina, ha lanciato un appello al premier maltese, con richiesta di aiuto per la Alan Kurdi, posto il peggioramento imminente delle condizioni del tempo.

Intanto, a bordo del cargo, in attesa di ricevere le dovute disposizioni, le condizioni sono pessime: le scorte di cibo e di acqua stanno per esaurirsi e la situazione medica potrebbe deteriorarsi velocemente, una volta che la tempesta prevista arriverà.  Se nessuno risponderà all’appello di aiuto, si teme possano fare un gesto estremo. Le persone salvate riversano condizioni preoccupanti. C’è chi soffre di mal di mare, chi è in uno stato psicologico molto fragile, tale da minare anche la convivenza con le altre persone. La esposizione dei migranti al freddo, alla pioggia e alle onde rischia di compromettere la loro vita. Le condizioni fisiche, nella maggior parte dei casi, sono molto deboli. Alcuni di loro debbono dormire sul ponte della nave, esposti al vento gelido. L’isola di Lampedusa era pronta ad accogliere le donne con i loro figli (di uno e sei anni), nonché una terza donna incinta. Tuttavia, nonostante il Ministero  degli Interni italiano abbia dato alle donne e bambini possibilità di scendere su territorio italiano, ottenendo cure immediate e cibo, loro hanno preferito rifiutare e non dividersi dai propri mariti, continuando la corsa verso Malta. Pertanto, la motonave ha ripreso il largo verso Malta, in virtù di una parentesi meteo piuttosto favorevole.

Chiedono all’Italia di applicare gli stessi diritti umani a rifugiati e migranti, come cittadini europei.

La Commissione europea ha ribadito che i contatti avviati già venerdì scorso, per permettere lo sbarco delle persone, sono ancora in corso.

Intanto la nave, che porta il nome del piccolo curdo-siriano trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, si trova ora in navigazione al largo di Malta, tra il mare grosso, in attesa di istruzioni e che qualcuno la faccia attraccare in un porto sicuro.

Avv. Iacopo Pitorri

Il Senatore torna in mare per i migranti

Recentemente l’ex Ufficiale delle Capitanerie di Porto Gregorio De Falco, diventato famoso in tutto il mondo per il ruolo svolto come comandante della Capitaneria di porto in occasione del naufragio della Costa Concordia (nel 2012)  – e per l’ormai noto “torni a bordo”, intimato al comandante della nave da crociera Francesco Schettino – ha rilasciato alcune, rilevanti dichiarazioni in tema di migranti.

De Falco ha asserito quanto siano “degnissime” le missioni che sta compiendo la nave Mare Jonio, la nave della Ong italiana Mediterranea, così come quelle delle altre Ong. Obiettivi, scopi, propositi nobili che non possono non destare l’attenzione di chiunque di noi.

Alla conferenza di “Mediterranea”, che si è svolta a Roma qualche giorno fa, il Senatore De Falco ha ribadito la sua intenzione di salire a bordo delle navi impegnate nel soccorso ai migranti nel Mediterraneo – circostanza che dovrà essere valutata in maniera approfondita – sostenendo che “si tratta di una missione civile molto ampia, che travalica i confini, una missione umanitaria, dovuta, doverosa”.

Lo scorso 6 aprile c’è stato l’incontro tra il senatore e l’armatore della Nave Mare Jonio e gli altri attivisti di Mediterranea, durante il quale è emersa la ferma volontà di De Falco di aiutare i profughi.

L’ex Ufficiale delle Capitanerie di Porto ha dichiarato: “Molti dei miei colleghi stanno soffrendo, perché la missione del Corpo cui appartengo è prodigarsi. In mare, in acqua, non ci sono migranti, ci sono persone. E queste persone se proprio dobbiamo dargli un’etichetta sono naufraghi”.

La nave Mare Jonio partirà la prossima settimana e la presenza a bordo di De Falco è ritenuta tuttora molto probabile.

L’ex Ufficiale delle Capitanerie di porto, quindi, sarà impegnato nel soccorso dei naufraghi, dei migranti, di coloro che, affrontando pericolosi, terribili viaggi, sognano una vita migliore, nel tentativo di lasciarsi alle spalle dolore e sofferenza.

Ad avviso di De Falco, evitare di assegnare un Pos (Place of safety, vale a dire un porto sicuro) da parte della autorità MRCC (la centrale operativa della Guardia costiera, che coordina le attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali, quindi di soccorso) non è discrezionale, posto che si deve necessariamente indicare, in virtù di quanto stabilito da Convenzioni internazionali, un approdo sicuro.

Avv. Iacopo Pitorri

La Mare Jonio è tornata in mare

La Mare Jonio, non si è fermata. A seguito del dissequestro operato della Procura di Agrigento, e le indagini per favoreggiamento, è tornata in mare, per setacciare il Mediterraneo alla ricerca di migranti da portare in Europa.

La Mare Jonio, non si è fermata. A seguito del dissequestro operato della Procura di Agrigento, e le indagini per favoreggiamento,  è tornata in mare,  per setacciare il Mediterraneo alla ricerca di migranti da portare in Europa.

Ha fatto rotta verso il porto di Marsala da dove, dopo uno scalo tecnico e il cambio equipaggio, sarà pronta a partire per una nuova missione.

Solo due settimane fa la nave è stata al centro di un braccio di ferro con il Governo italiano. Ciò perché gli attivisti hanno recuperato 49 migranti, lungo il canale di Sicilia, che si trovavano su un gommone alla deriva in zona Sar (search and rescue), senza attendere l’arrivo della guardia costiera libica. Poi hanno deciso di navigare verso l’Italia (e non verso la più vicina Tunisia, nonostante le previsioni annunciassero l’arrivo del maltempo). Successivamente allo sbarco dei migranti a Lampedusa, però, la Procura ha aperto un fascicolo per favoreggiamento e sequestrato la nave. Molti dei migranti sono stati trovati in condizioni terribili: disidratati, sui loro corpi erano presenti diversi segni di torture varie, frustate, scosse elettriche. Erano molto spaventati anche dal punto di vista psicologico. Molti di loro non sapevano nuotare.Dopo il dissequestro, Mediterranea Saving Humans è tornata alla sua missione: salvare le persone.

La Mare Jonio è una nave di quarantuno anni, rimessa a nuovo grazie a un progetto di crowdfunding (una sorta di finanziamento collettivo, che si realizza con il processo collaborativo di un gruppo di più persone, volto ad utilizzare il denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni) che ha raccolto seicentomila euro,  con lo scopo preciso di difendere la vita umana ed i diritti delle persone.

All’equipaggio dell’imbarcazione gran parte della gente comune riconosce loro il merito di aver salvato vite umane che sarebbero andate incontro ad una probabile morte.

La Mare Jonio, non si è fermata. A seguito del dissequestro operato della Procura di Agrigento, e le indagini per favoreggiamento, è tornata in mare, per setacciare il Mediterraneo alla ricerca di migranti da portare in Europa.

Ha fatto rotta verso il porto di Marsala da dove, dopo uno scalo tecnico e il cambio equipaggio, sarà pronta a partire per una nuova missione.

Solo due settimane fa la nave è stata al centro di un braccio di ferro con il Governo italiano. Ciò perché gli attivisti hanno recuperato 49 migranti, lungo il canale di Sicilia, che si trovavano su un gommone alla deriva in zona Sar (search and rescue), senza attendere l’arrivo della guardia costiera libica. Poi hanno deciso di navigare verso l’Italia (e non verso la più vicina Tunisia, nonostante le previsioni annunciassero l’arrivo del maltempo). Successivamente allo sbarco dei migranti a Lampedusa, però, la Procura ha aperto un fascicolo per favoreggiamento e sequestrato la nave. Molti dei migranti sono stati trovati in condizioni terribili: disidratati, sui loro corpi erano presenti diversi segni di torture varie, frustate, scosse elettriche. Erano molto spaventati anche dal punto di vista psicologico. Molti di loro non sapevano nuotare.Dopo il dissequestro, Mediterranea Saving Humans è tornata alla sua missione: salvare le persone.

La Mare Jonio è una nave di quarantuno anni, rimessa a nuovo grazie a un progetto di crowdfunding (una sorta di finanziamento collettivo, che si realizza con il processo collaborativo di un gruppo di più persone, volto ad utilizzare il denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni) che ha raccolto seicentomila euro, con lo scopo preciso di difendere la vita umana ed i diritti delle persone.

All’equipaggio dell’imbarcazione gran parte della gente comune riconosce loro il merito di aver salvato vite umane che sarebbero andate incontro ad una probabile morte.

Avv. Iacopo Maria Pitorri

Il Papa, i migranti, i rifugiati

Da diverso tempo, nel porto di Barcellona, è bloccata la nave di Open Arms; ciò in virtù di un provvedimento della Capitaneria di porto. Sarebbe dovuta partire lo scorso 8 gennaio per una nuova missione nel Mediterraneo, invece la sua navigazione per salvare delle vite umane in mare è stata inibita. Al riguardo Papa Francesco ha sostenuto: “Tenere ferma la nave è un’ingiustizia. Perché lo fanno? Per farli annegare?”.

In questi giorni il Pontefice è tornato a parlare del tema migranti e rifugiati. Lo scorso 26 marzo, durante la sua prima visita ufficiale in Campidoglio (Bergoglio è stato il quarto Pontefice a varcare la soglia della sede del Comune di Roma), giunto a Palazzo Senatorio con un quarto d’ora di anticipo, Papa Francesco ha sostenuto: “Ancora più decisivo è che Roma si mantenga all’altezza dei suoi compiti e della sua storia, che sappia anche nelle mutate circostanze odierne essere faro di civiltà e maestra di accoglienza, che non perda la saggezza che si manifesta nella capacità di integrare e far sentire ciascuno partecipe a pieno titolo di un destino comune”.

Il Papa ha particolarmente a cuore le sorti dei migranti e dei rifugiati.  Si pensi a quando nel Centro di Castelnuovo di Porto, ad inizio pontificato, Bergoglio ha celebrato la lavanda dei piedi, in un gesto dimostrativo a favore dell’accoglienza.

Il Santo Padre in occasione di un Angelus in piazza San Pietro ha ribadito il suo pensiero : “La situazione drammatica dei profughi, segnata da paura disagi e incertezze è una triste realtà. I profughi ogni giorno fuggono dalla fame e dalla guerra, alla ricerca di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie. Vanno in terre lontane e quando trovano lavoro non sempre incontrano accoglienza vera, rispetto e apprezzamento dei valori di cui sono portatori. Le loro legittime aspettative si scontrano con situazioni complesse e difficoltà che sembrano a volte insuperabili, perciò pensiamo al dramma dei rifugiati che sono vittime del rifiuto e dello sfruttamento, vittime della tratta delle persone e del lavoro schiavo”.

Avv. Jacopo Pitorri

Migranti, sbarchi “occulti”

Oltre cinquanta migranti hanno raggiunto le coste italiane, negli ultimi giorni, in totale autonomia, in tre differenti sbarchi avvenuti tra Sicilia, Sardegna e Puglia.

Oltre cinquanta migranti hanno raggiunto le coste italiane, negli ultimi giorni, in totale autonomia, in tre differenti sbarchi avvenuti tra Sicilia, Sardegna e Puglia.

Altri quarantuno migranti, invece, purtroppo risultano dispersi al largo della Libia.

I natanti in questione hanno raggiunto le nostre coste evitando i controlli delle motovedette della Guardia costiera  o della Guardia di Finanza .

Al momento  è in navigazione nel Mediterraneo solo la Alan Kurdi della Ong tedesca “Sea Eye”, che si trova vicino alle coste tunisine, lontana dalle rotte seguite dalle tre imbarcazioni. Vi è da dire che la mancanza di notizie su partenze e morti al largo della Libia ha ormai reso impossibile constatare con certezza e puntualità i singoli eventi sar (search and rescue) nel Mediterraneo centrale. Il Comando Generale delle Capitanerie di Porto ha lanciato un allarme riferito ad un barcone con a bordo quaranta migranti partiti da Sabrata, Libia, il 23 marzo scorso.

 Nessuno, poi, ne ha avuto più notizie.

 Non si sa nulla di un eventuale salvataggio. Spesso, invero, si viene a conoscenza dei naufragi solo perché la corrente trascina i morti a riva.

Ieri a Lampedusa sono sbarcati sedici migranti (tra cui un bambino e una donna), che si trovavano su un barcone poco distante dalle motovedette della Guardia Costiera, Non vi è stata alcuna intercettazione, o blocco.

I porti sono  di fatto  aperti.

 In Puglia, a Santa Maria di Leuca, è giunta una barca a vela con  venticinque migranti, tra cui quattro donne (di cui una incinta) e sei minori. Tutti di nazionalità turca e irachena. Si trovavano in mare da ben cinque giorni.

Tredici migranti sbarcati a Teulada, nella Sardegna del sud, di nazionalità algerina, sono stati intercettati dai Carabinieri soltanto dopo che sono scesi a terra.

Va evidenziato che le nuove rotte, oltre a sfuggire ai dovuti controlli, possono costituire  un problema per la sicurezza in Europa. Quello degli sbarchi “occulti” è, senza dubbio, un problema di non poco conto. E vi è di più. Il moltiplicarsi delle nuove rotte migratorie ha incentivato, in qualche modo, il business dei trafficanti e la portata dei flussi.

Avvengonotraversate con mezzi piccoli e veloci, per evitare di essere intercettati in mare e poi a terra, dove  la presenza della Guardia Costiera e della Marina militare  è   diradata, consentendo così a centinaia di persone di mettere piede in Italia senza che le autorità ne sappiano nulla.

Dai dati forniti da Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ovvero il sistema di controllo e gestione delle frontiere esterne dello Spazio Schengen), in tema di dinamismo migratorio, si evince che il fenomeno riguarda soprattutto la rotta del Mediterraneo occidentale che, portando in Europa, attraverso il Marocco, quasi cinquantasettemila clandestini, ha consolidato il trend di crescita del 2017.

 Ciò superando, per la prima volta, la rotta del Mediterraneo centrale (circa ventitremila presenze). Quest’ultima, proprio in ragione del richiamato decremento delle partenze dalle coste libiche, è stata sopravanzata anche dagli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo orientale (quasi cinquantaseimila).

In totale sono circa centotrentaseimila i migranti arrivati nel 2018 nell’Unione Europea.

Oltre cinquanta migranti hanno raggiunto le coste italiane, negli ultimi giorni, in totale autonomia, in tre differenti sbarchi avvenuti tra Sicilia, Sardegna e Puglia.

Altri quarantuno migranti, invece, purtroppo risultano dispersi al largo della Libia.

I natanti in questione hanno raggiunto le nostre coste evitando i controlli delle motovedette della Guardia costiera o della Guardia di Finanza.

Al momento è in navigazione nel Mediterraneo solo la Alan Kurdi della Ong tedesca “Sea Eye”, che si trova vicino alle coste tunisine, lontana dalle rotte seguite dalle tre imbarcazioni. Vi è da dire che la mancanza di notizie su partenze e morti al largo della Libia ha ormai reso impossibile constatare con certezza e puntualità i singoli eventi SAR (Search And Rescue) nel Mediterraneo centrale. Il Comando Generale delle Capitanerie di Porto ha lanciato un allarme riferito ad un barcone con a bordo quaranta migranti partiti da Sabrata, Libia, il 23 marzo scorso.

 Nessuno, poi, ne ha avuto più notizie.

 Non si sa nulla di un eventuale salvataggio. Spesso, invero, si viene a conoscenza dei naufragi solo perché la corrente trascina i morti a riva.

Ieri a Lampedusa sono sbarcati sedici migranti (tra cui un bambino e una donna), che si trovavano su un barcone poco distante dalle motovedette della Guardia Costiera, Non vi è stata alcuna intercettazione, o blocco.

I porti sono di fatto aperti.

 In Puglia, a Santa Maria di Leuca, è giunta una barca a vela con venticinque migranti, tra cui quattro donne (di cui una incinta) e sei minori. Tutti di nazionalità turca e irachena. Si trovavano in mare da ben cinque giorni.

Tredici migranti sbarcati a Teulada, nella Sardegna del sud, di nazionalità algerina, sono stati intercettati dai Carabinieri soltanto dopo che sono scesi a terra.

Va evidenziato che le nuove rotte, oltre a sfuggire ai dovuti controlli, possono costituire un problema per la sicurezza in Europa. Quello degli sbarchi “occulti” è, senza dubbio, un problema di non poco conto. E vi è di più. Il moltiplicarsi delle nuove rotte migratorie ha incentivato, in qualche modo, il business dei trafficanti e la portata dei flussi.

Avvengono traversate con mezzi piccoli e veloci, per evitare di essere intercettati in mare e poi a terra, dove la presenza della Guardia Costiera e della Marina Militare è   diradata, consentendo così a centinaia di persone di mettere piede in Italia senza che le autorità ne sappiano nulla.

Dai dati forniti da Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ovvero il sistema di controllo e gestione delle frontiere esterne dello Spazio Schengen), in tema di dinamismo migratorio, si evince che il fenomeno riguarda soprattutto la rotta del Mediterraneo occidentale che, portando in Europa, attraverso il Marocco, quasi cinquantasettemila clandestini, ha consolidato il trend di crescita del 2017.

Ciò superando, per la prima volta, la rotta del Mediterraneo centrale (circa ventitremila presenze). Quest’ultima, proprio in ragione del richiamato decremento delle partenze dalle coste libiche, è stata sopravanzata anche dagli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo orientale (quasi cinquantaseimila).

In totale sono circa cento trentaseimila i migranti arrivati nel 2018 nell’Unione Europea.

Avv. Jacopo Maria Pitorri

L’isola di Lampedusa

Lampedusa è la più estesa dell’arcipelago delle Pelagie, nel mar Mediterraneo, e fa parte della provincia di Agrigento. È conosciuta per le spiagge, tra cui la Spiaggia dei Conigli, con acque poco profonde ed una vigorosa vita marina. Sulla costa meridionale, si affaccia sull’Area Marina Protetta Isole Pelagie, luogo di deposizione delle uova per le tartarughe marine. Ad est, invece, vi è la piccola Cala Greca, che è una spiaggia protetta. I delfini affollano le acque intorno all’isola.

Lampedusa è la più estesa dell’arcipelago delle Pelagie, nel mar Mediterraneo, e fa parte della provincia di Agrigento. È conosciuta per le spiagge, tra cui la Spiaggia dei Conigli, con acque poco profonde ed una vigorosa vita marina. Sulla costa meridionale, si affaccia sull’Area Marina Protetta Isole Pelagie, luogo di deposizione delle uova per le tartarughe marine. Ad est, invece, vi è la piccola Cala Greca, che è una spiaggia protetta. I delfini affollano le acque intorno all’isola.

Lampedusa è un vero paradiso. Per la sua posizione tra le coste nordafricane e il sud d’Europa, tuttavia, l’isola negli ultimi venticinque anni è divenuta una delle principali mete delle rotte dei migranti africani nel Mediterraneo. È stato – da subito –  costruito un centro di accoglienza temporanea da ottocento posti, gestito dal Ministero dell’Interno, atto alla identificazione dei migranti e al loro trasferimento. Specie nel periodo estivo migranti e rifugiati, partiti dai porti tunisini e libici vengono soccorsi in mare dalle motovedette della Guardia Costiera e/o della Guardia di Finanza, ovvero dalle navi delle Ong.

Il primo sbarco risale all’ottobre del 1992. Il primo naufragio documentato, con perdita di vite umane, si è verificato il 25 aprile 1996, quando ventuno tunisini sono annegati a causa delle proibitive condizioni meteorologiche. In venti anni l’isola ha visto sbarcare circa quattrocentomila migranti. Si ritiene che almeno quindicimila abbiano perso la vita in mare, nel tentativo di raggiungerla.

Il massimo di afflusso si è raggiunto tra marzo e aprile 2011: seimilacinquecento migranti presenti sull’isola, a fronte di circa seimila residenti.

 Si rammenta che l’8 luglio 2013, Papa Francesco ha compiuto a Lampedusa il suo primo viaggio apostolico, sul tema dell’accoglienza dei migranti.

I tragici, drammatici eventi di tutti questi anni hanno visto la popolazione locale impegnata in una catena di solidarietà (solo nel 2011 l’isola ha accolto e sfamato ben undicimila nuovi arrivati), che ha portato l’isola ad essere proposta per il Premio Nobel per la pace. Nel 2012 l’isola di Lampedusa ha ricevuto la medaglia d’oro al valor civile da parte della Regione siciliana. Nel 2015 ha ricevuto, per le sue caratteristiche di “Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontarietà, Unità, Universalità”, la medaglia d’oro al merito da parte della Croce Rossa Italiana

Nell’estate del 2014 una coppia di coniugi, Christopher e Regina Catrambone, ha lanciato il progetto MOAS (Migrant Offshore Aid Station), un progetto di ricerca e soccorso in mare dei migranti totalmente finanziato da privati e supportato dall’associazione Medici senza frontiere. Durante i sessanta giorni di missione del 2014 il progetto ha assistito e portato in salvo ben tremila persone, mentre nel corso del 2015 il numero di persone assistite è salito a più di sedicimila.  Nel dicembre 2015 MOAS ha ricevuto dall’isola di Malta la Medaglia al Servizio per la Repubblica. Nell’ottobre 2015 il Presidente Sergio Mattarella ha conferito l’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica italiana alla cofondatrice di MOAS, Regina Catrambone.

Nel corso del 2016 gli sbarchi sono proseguiti toccando un picco di 1200 arrivi nella sola giornata del 31 agosto.

Oggi la situazione,  è notevolmente cambiata. La presenza di migranti approdati sull’isola,  è molto  diminuita. E’ bene rammentare che chi arriva a Lampedusa ha scelto di sfidare il mare, affrontando un viaggio pericoloso, per lasciarsi alle spalle dolore e sofferenze, auspicando in una vita migliore. Qui, tra l’isola e le destinazioni dei pochi voli e delle poche navi che la lasciano, è messo a dura prova il governo delle migrazioni nella sua essenza.

Spesso è difficile stabilire se si tratta di clandestini o profughi. Viene quasi da pensare che si tratta di clandestini, posto che nessuno può permettersi di ammettere che anni di violenze e  razzismi non siano riusciti a bloccare i movimenti di persone. Sono, invece, profughi, all’occorrenza, quando ciò può servire a recuperare qualche posto presso i centri di accoglienza dei richiedenti asilo politico,  magari per allentare la tensione. Tornano ad essere clandestini per essere detenuti in una tendopoli , per poi essere scaricati sul ciglio di una strada con un foglio di via ed un destino da irregolari. Situazione complessa, quindi, quella della meravigliosa isola siciliana.

In tutto ciò, in questi giorni, il Sindaco di Bologna e quelli di Lampedusa e Linosa, partecipando a un incontro sulla protezione internazionale dei rifugiati (organizzato dal Comune e dall’ateneo di Bologna), hanno dato il via ad una iniziativa per invitare i sindaci italiani a costruire canali di immigrazione regolari e aderire al “Global Migration Compact”, patto non vincolante tra i Paesi Onu che l’Italia non ha firmato, per gestire i flussi migratori.

Dalle tre autorità è emerso un concetto di non poco rilievo: quello relativo alla necessità di sviluppare patti di collaborazione tra città, a iniziare da quelle del Mediterraneo, con l’obiettivo di sviluppare rapporti economici, commerciali e culturali. Serve, cioè,  concreta integrazione e canali di immigrazione legali, ordinati e sicuri.

Lampedusa è la più estesa dell’arcipelago delle Pelagie, nel mar Mediterraneo, e fa parte della provincia di Agrigento. È conosciuta per le spiagge, tra cui la Spiaggia dei Conigli, con acque poco profonde ed una vigorosa vita marina. Sulla costa meridionale, si affaccia sull’Area Marina Protetta Isole Pelagie, luogo di deposizione delle uova per le tartarughe marine. Ad est, invece, vi è la piccola Cala Greca, che è una spiaggia protetta. I delfini affollano le acque intorno all’isola.

Lampedusa è un vero paradiso. Per la sua posizione tra le coste nordafricane e il sud d’Europa, tuttavia, l’isola negli ultimi venticinque anni è divenuta una delle principali mete delle rotte dei migranti africani nel Mediterraneo. È stato – da subito – costruito un centro di accoglienza temporanea da ottocento posti, gestito dal Ministero dell’Interno, atto alla identificazione dei migranti e al loro trasferimento. Specie nel periodo estivo migranti e rifugiati, partiti dai porti tunisini e libici vengono soccorsi in mare dalle motovedette della Guardia Costiera e/o della Guardia di Finanza, ovvero dalle navi delle Ong.

Il primo sbarco risale all’ottobre del 1992. Il primo naufragio documentato, con perdita di vite umane, si è verificato il 25 aprile 1996, quando ventuno tunisini sono annegati a causa delle proibitive condizioni meteorologiche. In venti anni l’isola ha visto sbarcare circa quattrocentomila migranti. Si ritiene che almeno quindicimila abbiano perso la vita in mare, nel tentativo di raggiungerla.

Il massimo di afflusso si è raggiunto tra marzo e aprile 2011: seimilacinquecento migranti presenti sull’isola, a fronte di circa seimila residenti.

 Si rammenta che l’8 luglio 2013, Papa Francesco ha compiuto a Lampedusa il suo primo viaggio apostolico, sul tema dell’accoglienza dei migranti.

I tragici, drammatici eventi di tutti questi anni hanno visto la popolazione locale impegnata in una catena di solidarietà (solo nel 2011 l’isola ha accolto e sfamato ben undicimila nuovi arrivati), che ha portato l’isola ad essere proposta per il Premio Nobel per la pace. Nel 2012 l’isola di Lampedusa ha ricevuto la medaglia d’oro al valor civile da parte della Regione siciliana. Nel 2015 ha ricevuto, per le sue caratteristiche di “Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontarietà, Unità, Universalità”, la medaglia d’oro al merito da parte della Croce Rossa Italiana

Nell’estate del 2014 una coppia di coniugi, Christopher e Regina Catrambone, ha lanciato il progetto MOAS (Migrant Offshore Aid Station), un progetto di ricerca e soccorso in mare dei migranti totalmente finanziato da privati e supportato dall’associazione Medici senza frontiere. Durante i sessanta giorni di missione del 2014 il progetto ha assistito e portato in salvo ben tremila persone, mentre nel corso del 2015 il numero di persone assistite è salito a più di sedicimila.  Nel dicembre 2015 MOAS ha ricevuto dall’isola di Malta la Medaglia al Servizio per la Repubblica. Nell’ottobre 2015 il Presidente Sergio Mattarella ha conferito l’onorificenza dell’Ordine al merito della Repubblica italiana alla cofondatrice di MOAS, Regina Catrambone.

Nel corso del 2016 gli sbarchi sono proseguiti toccando un picco di 1200 arrivi nella sola giornata del 31 agosto.

Oggi la situazione è notevolmente cambiata. La presenza di migranti approdati sull’isola, è molto diminuita. È bene rammentare che chi arriva a Lampedusa ha scelto di sfidare il mare, affrontando un viaggio pericoloso, per lasciarsi alle spalle dolore e sofferenze, auspicando in una vita migliore. Qui, tra l’isola e le destinazioni dei pochi voli e delle poche navi che la lasciano, è messo a dura prova il governo delle migrazioni nella sua essenza.

Spesso è difficile stabilire se si tratta di clandestini o profughi. Viene quasi da pensare che si tratta di clandestini, posto che nessuno può permettersi di ammettere che anni di violenze e razzismi non siano riusciti a bloccare i movimenti di persone. Sono, invece, profughi, all’occorrenza, quando ciò può servire a recuperare qualche posto presso i centri di accoglienza dei richiedenti asilo politico, magari per allentare la tensione. Tornano ad essere clandestini per essere detenuti in una tendopoli, per poi essere scaricati sul ciglio di una strada con un foglio di via ed un destino da irregolari. Situazione complessa, quindi, quella della meravigliosa isola siciliana.

In tutto ciò, in questi giorni, il Sindaco di Bologna e quelli di Lampedusa e Linosa, partecipando a un incontro sulla protezione internazionale dei rifugiati (organizzato dal Comune e dall’ateneo di Bologna), hanno dato il via ad una iniziativa per invitare i sindaci italiani a costruire canali di immigrazione regolari e aderire al “Global Migration Compact”, patto non vincolante tra i Paesi Onu che l’Italia non ha firmato, per gestire i flussi migratori.

Dalle tre autorità è emerso un concetto di non poco rilievo: quello relativo alla necessità di sviluppare patti di collaborazione tra città, a iniziare da quelle del Mediterraneo, con l’obiettivo di sviluppare rapporti economici, commerciali e culturali. Serve, cioè, concreta integrazione e canali di immigrazione legali, ordinati e sicuri.

Avv. Jacopo Maria Pitorri