Cittadinanza italiana per gli eroi dell’autobus dirottato

Qualche giorno fa, in Italia, una drammatica storia ha lasciato tutti col fiato sospeso. A San Donato Milanese, a poca distanza dall’aeroporto di Linate, l’autista di un pullman, un senegalese di 47 anni, con cittadinanza italiana dal 2004, voleva compiere un massacro. Grazie alla provvidenziale chiamata ai Carabinieri, avvenuta dal cellulare di uno studente a bordo del mezzo, i 51 ragazzi della seconda media della “Vailati” di Crema sono stati tratti in salvo. Quel ragazzo è Ramy Shehata (di origine egiziana). Insieme ad Adam El Hamami, marocchino, ha compiuto un gesto davvero eroico.

Basti pensare che l’autista aveva nascosto alcune taniche di benzina sull’autobus. Quando i ragazzi sono saliti, ha iniziato a minacciare tutti, costringendo le insegnanti a legare loro i polsi. Ha requisito i telefonini degli alunni, ma Ramy è riuscito a nascondere il suo. Grazie all’immediato contatto con le forze dell’ordine, immediatamente i carabinieri si sono messi all’inseguimento del pullman. Mentre l’autista gridava di voler compiere una strage per fermare le morti nel Mediterraneo, fuggendo, è finito sul guardrail. È stato allora che ha sparso la benzina sulle cappelliere e sui sedili, appiccando il fuoco.  I militari dell’Arma sono però stati prontissimi: rotti i finestrini, hanno fatto irruzione e provveduto prontamente a far scendere i ragazzi. E quando il senegalese ne ha trascinato uno a sé, minacciando di ucciderlo, lo hanno disarmato, portando tutti in salvo.

Strage sventata, pertanto. Il tutto grazie al tredicenne Ramy Shehata e ad Adam El Hamami, che con il primo ha avvisato i carabinieri durante il sequestro del bus, fornendo immediatamente la posizione dello stesso. L’uomo aveva precedenti per guida in stato di ebbrezza e violenza sui minori. Per la società Autoguidovie il senegalese Sy non aveva mai dato segni di squilibrio, non era mai stata ricevuta alcuna lamentela per il suo operato e nessuno era a conoscenza dei suoi precedenti penali. L’autista ha, tuttavia, ammesso di aver caricato prima del sequestro un video su youtube, inviato in Senegal a familiari e amici, palesando la sua intenzione di “punire l’Europa per le politiche sui migranti”. 

A seguito del tragico episodio – conclusosi, fortunatamente, a lieto fine – il Ministero dell’Interno ha dato il consenso per concedere la cittadinanza a Ramy.

L’iter per la cittadinanza, ovviamente, sarà avviato anche per Adam El Hamami, anche lui di tredici anni e figlio di immigrati, che ha dato l’allarme alle forze dell’ordine.

Il provvedimento, però, coinvolgerà soltanto i ragazzi e non riguarderà anche le loro famiglie. Cioè non si concederà la cittadinanza al padre del ragazzo, che ha anche precedenti penali. Operaio, in Italia dal 1996, avrebbe nel suo passato degli illeciti amministrativi e vecchi precedenti contro il patrimonio a suo carico, commessi tra Crema e Cremona. Tra l’altro, qualora venisse concessa la cittadinanza a Ramy, questa non si stenderebbe automaticamente ai suoi familiari.

Il papà di Ramy, infatti, non diventerebbe italiano, ma soltanto parente di cittadino italiano. È stato, comunque, precisato dal legale dei genitori dei ragazzi eroi che questi ultimi non hanno mai inteso chiedere, e non richiedono, nulla per se stessi.

Saranno ricevuti al Viminale i cinque ragazzi della scuola Media “Vailati” e dodici carabinieri, coinvolti nel dirottamento dello scuolabus sulla strada Paullese, in zona San Donato Milanese. 

I ragazzi sono: Adam che, dopo aver nascosto il telefonino al terrorista, è riuscito a chiamare i carabinieri fornendo indicazioni utili; Aurora che, presa in ostaggio, che ha mantenuto la calma e il sangue freddo; Fabio, che ha parlato con il terrorista nel tentativo di dissuaderlo e tranquillizzarlo; Nicolò, che si è coraggiosamente offerto come ostaggio dopo la richiesta del terrorista e Ramy, che ha chiamato i carabinieri.

Avvocato Iacopo Pitorri

I vescovi di Panama e i migranti

È stato recentemente reso pubblico un autorevole documento steso dai vescovi di Panama, lo Stato famoso per l’omonimo istmo, che rappresenta il punto in cui (come dicono i panamensi) gli oceani – Atlantico e Pacifico – si baciano. La relazione dei religiosi panamensi è emersa alla chiusura della duecentonovesima assemblea plenaria della Conferenza episcopale.

E’ stato recentemente reso pubblico un autorevole  documento steso dai vescovi di Panama, lo Stato famoso per l’omonimo istmo, che rappresenta il punto in cui (come dicono i panamensi) gli oceani  – Atlantico e Pacifico –  si baciano. La relazione dei religiosi panamensi è emersa alla chiusura della duecentonovesima assemblea plenaria della Conferenza episcopale.

Nel documento sono trattati temi degni di grande attenzione. Vi è, innanzitutto, un particolare ringraziamento al popolo panamense per la riuscita della Giornata Mondiale della Gioventù, con cui si è impegnata la Chiesa per “dare ai giovani spazi di partecipazione nelle strutture della Chiesa e della società, perché possano assumere le sfide della trasformazione sociale dinanzi alle ingiustizie, all’indifferenza e al negativismo del cambiamento”. I vescovi hanno manifestato la chiara intenzione di voler dare nuova vita alla Pastorale giovanile, per creare dialogo e lavoro comune, aggiornandosi sull’uso delle nuove tecnologie per evangelizzare il mondo digitale, con speciale attenzione ai popoli indigeni.

Oltre ciò, nel testo vi è un richiamo al documento “Protegiendo Nuestro Tesoro”, attraverso il quale la Chiesa panamense apre le sue braccia ad una forte protezione dei minori, con la stessa intensità e decisione, chiesta dalla Santa sede.

Ulteriormente viene trattato un argomento di non poco conto: quello relativo ai migranti.  Accennando alla realtà nazionale, i vescovi di Panama hanno palesato un concetto di fondo:  “come Chiesa non possiamo essere indifferenti al dramma che avviene ai nostri confini, dove centinaia di persone migrano con grande difficoltà, a rischio della loro vita, esposte alle reti della tratta di esseri umani, in condizioni veramente dolorose”. E ancora “Sfortunatamente, l’arrivo di questi migranti ha generato stereotipi in alcuni settori, perché pensano che tolgono il lavoro o portano malattie. Ci sono persino segni di xenofobia in un Paese la cui vocazione è di apertura, accoglienza e servizio al mondo. La Chiesa ha l’impegno cristiano di accogliere e proteggere il migrante, non possiamo restare indifferenti”.

Ciò che, pertanto, appare da questo importante testo è una esortazione a vincere le discriminazioni, nel tentativo di assumersi, ognuno,  responsabilità sociale nei confronti del prossimo, degli esclusi e degli impoveriti (compito specifico dei laici). Un Paese di solidarietà, fratellanza, giusto ed equo, con trasparenza, consapevolezza e responsabilità, quindi, è ciò che auspica la chiesa panamense.

In vista, poi, delle votazioni del  prossimo 5 maggio (con le elezioni i panamensi eleggeranno anche il nuovo Presidente della Repubblica), i vescovi hanno invitato tutti ad un voto responsabile, motivato nello scegliere coloro che hanno veramente l’impegno per la dignità della persona e del bene comune.

È stato recentemente reso pubblico un autorevole documento steso dai vescovi di Panama, lo Stato famoso per l’omonimo istmo, che rappresenta il punto in cui (come dicono i panamensi) gli oceani – Atlantico e Pacifico – si baciano. La relazione dei religiosi panamensi è emersa alla chiusura della duecentonovesima assemblea plenaria della Conferenza episcopale.

Nel documento sono trattati temi degni di grande attenzione. Vi è, innanzitutto, un particolare ringraziamento al popolo panamense per la riuscita della Giornata Mondiale della Gioventù, con cui si è impegnata la Chiesa per “dare ai giovani spazi di partecipazione nelle strutture della Chiesa e della società, perché possano assumere le sfide della trasformazione sociale dinanzi alle ingiustizie, all’indifferenza e al negativismo del cambiamento”. I vescovi hanno manifestato la chiara intenzione di voler dare nuova vita alla Pastorale giovanile, per creare dialogo e lavoro comune, aggiornandosi sull’uso delle nuove tecnologie per evangelizzare il mondo digitale, con speciale attenzione ai popoli indigeni.

Oltre ciò, nel testo vi è un richiamo al documento “Protegiendo Nuestro Tesoro”, attraverso il quale la Chiesa panamense apre le sue braccia ad una forte protezione dei minori, con la stessa intensità e decisione, chiesta dalla Santa sede.

Ulteriormente viene trattato un argomento di non poco conto: quello relativo ai migranti.  Accennando alla realtà nazionale, i vescovi di Panama hanno palesato un concetto di fondo: “come Chiesa non possiamo essere indifferenti al dramma che avviene ai nostri confini, dove centinaia di persone migrano con grande difficoltà, a rischio della loro vita, esposte alle reti della tratta di esseri umani, in condizioni veramente dolorose”. E ancora “Sfortunatamente, l’arrivo di questi migranti ha generato stereotipi in alcuni settori, perché pensano che tolgono il lavoro o portano malattie. Ci sono persino segni di xenofobia in un Paese la cui vocazione è di apertura, accoglienza e servizio al mondo. La Chiesa ha l’impegno cristiano di accogliere e proteggere il migrante, non possiamo restare indifferenti”.

Ciò che, pertanto, appare da questo importante testo è una esortazione a vincere le discriminazioni, nel tentativo di assumersi, ognuno, responsabilità sociale nei confronti del prossimo, degli esclusi e degli impoveriti (compito specifico dei laici). Un Paese di solidarietà, fratellanza, giusto ed equo, con trasparenza, consapevolezza e responsabilità, quindi, è ciò che auspica la chiesa panamense.

In vista, poi, delle votazioni del prossimo 5 maggio (con le elezioni i panamensi eleggeranno anche il nuovo Presidente della Repubblica), i vescovi hanno invitato tutti ad un voto responsabile, motivato nello scegliere coloro che hanno veramente l’impegno per la dignità della persona e del bene comune.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

Migranti in mare

Il 7 marzo 2019, tre migranti, due dei quali bambini, sono morti nel naufragio di una imbarcazione con a bordo dodici persone. Si trovavano davanti all’isola greca di Samos.

I due bambini sono morti dopo essere stati recuperati dai soccorritori. Successivamente si è avuto il ritrovamento del corpo senza vita di un uomo. A bordo dell’imbarcazione c’era anche un altro bambino. La barca era partita dalle coste della Turchia. Le persone sull’imbarcazione avevano portato con sé il sogno e la speranza di una vita migliore, lasciandosi alle spalle storie di dolore e sofferenze subite. Durante la notte, tuttavia, al largo di Samos, il natante è affondato. La Guardia costiera greca ha comunicato di aver ricevuto un “SOS” e di aver immediatamente avviato le ricerche, sia per mare, che con gli elicotteri intorno all’isola, nel Mar Egeo. I sopravvissuti al naufragio della piccola imbarcazione, hanno riferito che un uomo risultava disperso. I guardacoste ritengono che sia suo il corpo rinvenuto la mattina sulla costa. Non sono ancora chiare le cause del naufragio.

Di contro ad un tale dramma, durante la medesima notte sono sbarcati quaranta migranti sull’isola di Lampedusa, su di una piccola imbarcazione in legno con due motori, giunti da Sabratha (in Libia),  in totale autonomia, a circa 2,6 miglia dall’isola. A bordo vi erano ventinove uomini, tre donne e sedici minori (di cui due molto piccoli). Sono intervenuti un elicottero militare maltese, CP 300 della Guardia Costiera e motovedette della Guardia di Finanza.

E, sempre a Lampedusa, sono arrivati otto tunisini su un barchino partito dalla Tunisia.

Precedentemente, una nave maltese ha dato soccorso a ben ottantasette migranti, che si trovavano su una barca in legno arrivata a 30 miglia da Lampedusa. Il natante era stato individuato dalla centrale operativa della guardia costiera di Roma. In zona, un velivolo militare maltese aveva chiesto il soccorso ad una nave militare italiana, che si trovava vicino all’imbarcazione in difficoltà. Non potendo intervenire la suddetta nave militare a causa di problemi tecnici, si è attivata la marina maltese, soccorrendo i migranti, che sono poi sbarcati a Malta.

Vicende umane, queste, che hanno per protagonisti persone davvero bisognose, con uno scenario estremamente difficile, imprevedibile ed insidioso, che può essere fatale: il mare.

Avvocato Iacopo Pitorri

Migranti, la Ong “Mare Jonio” torna nel Mediterraneo

Nei prossimi giorni la Ong italiana “Mare Jonio” tornerà nel mar Mediterraneo per monitorare ed eventualmente soccorrere i migranti, coloro che abbandonano le coste del proprio paese, per ritrovarsi ad affrontare un pericoloso viaggio in mare, portando con sé solo la speranza di una vita migliore.

Il 13 marzo 2019, quindi, se le ispezioni a bordo ad opera della Capitaneria di Porto di Palermo non rileveranno irregolarità, la “Mare Jonio” mollerà gli ormeggi e partirà alla volta del Mediterraneo centrale, vale a dire di quel tratto di mare che separa la Libia dall’Italia, per i migranti che cercano di attraversarlo.

Ad oggi l’Ong italiana è una delle poche rimasta nel Mediterraneo per soccorrere i migranti. Dopo la chiusura dei porti da parte dell’Italia (e il calo delle partenze), a sorvegliare le acque con la suddetta Ong, invero, vi sono Sea Watch, Sea Eye e Open Arms. La Sea Watch, a seguito della  questione emersa a fine gennaio, relativa ai migranti a bordo, è rimasta poi per diversi giorni nel porto di Catania, posto che sono state individuate alcune irregolarità ma, successivamente, è ripartita per Marsiglia. 

In ogni modo, in attesa che pure Sea Watch intraprenda la navigazione nel Mediterraneo ci sarà la “Mare Jonio”.

La Ong – si precisa – è un’Organizzazione Non Governativa, indipendente dagli Stati. Senza ricevere alcun fondo, persegue diversi obiettivi di utilità sociale, cause politiche o di cooperazione allo sviluppo. Tra i diversi ambiti, in cui opera, vi è la protezione delle minoranze e la difesa dei diritti umani. In buona sostanza le Ong intervengono direttamente con navi private nel Mediterraneo per le attività di ricerca e salvataggio, in coordinamento con la Guardia Costiera italiana.

Entrambe le Ong in questione hanno partecipato alla manifestazione antirazzista “People – prima le persone”, che ha sfilato nel centro della città di Milano, lo scorso 2 marzo, per chiedere  la inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri e senza barriere. Dalla “Mare Jonio” è giunto un ringraziamento a “People” per aver ricordato che “i recinti, i muri e il filo spinato saranno travolti se essa si mette in cammino”. Sea Watch, invece, nella medesima occasione, tra circa 250mila persone, ha marciato dietro ad uno striscione eloquente: “Zero sbarchi, sei morti al giorno. Nel Mediterraneo annega l’Europa”.

Avvocato Iacopo Maria Pitorri

I migranti e il Franco CFA

Il franco CFA è la valuta utilizzata da quattordici paesi africani, che costituisce, in parte, la zona franco. In origine, nel 1945, significava “Franco delle Colonie Francesi d’Africa” (abbreviato FCFA). Oggi è diventato acronimo di “Comunità Finanziaria Africana”, rapportata, a far data dal 1999 alla moneta unica europea. Basti pensare che 1 euro corrisponde a ben 656 CFA.

 Si parla di 11 miliardi di euro investiti in titoli di stato francesi, a garanzia del cambio monetario.

La zona monetaria Franco CFA è costituita da tre zone governate da altrettante banche centrali. Una è il Cemac (che include Congo, Gabon, Camerun, Guinea Equatoriale, Ciad e Repubblica Centroafricana). Tra il 1974 e il 2014 hanno registrato inflazioni medie annue piuttosto contenute. L’altra zona, Uemoa (formata da Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Burkina Faso, Benin, Niger, Togo e Guinea-Bissau) ha registrato aumenti dei prezzi medi annui inferiori. La terza zona a Franco CFA è quella delle Isole Comore, che mantengono una loro banca centrale.

Sempre tra il 1974 e il 2014 altri Paesi subsahariani – non aderenti all’area monetaria del Franco CFA (ma che, in alcuni casi, scelgono di agganciarsi al dollaro) –  hanno avuto medie d’inflazione annua più elevate. Per citare degli esempi: l’Etiopia l’11,2%, il Kenya il 13,7%, la Nigeria il 17,6%, l’Uganda il 22%, il Ghana il 31,9%. Ne deriva che avere una valuta stabile – di fatto agganciata alla politica monetaria della Bce (Banca centrale europea) – tende a mantenere più basso di quello che potrebbe essere l’aumento generale dei prezzi.

Dal 1974 al 2014, i Paesi con Franco CFA hanno registrato crescite del Pil (Prodotto Interno Lordo) un po’ più basse di chi non faceva parte dell’area monetaria.

Non vi è dubbio che il Franco CFA permette ai Paesi che lo usano una maggiore stabilitàgarantita dal collegamento diretto con l’area monetaria dell’Euro, anche se si verifica una minore crescita economica. Va precisato, tuttavia, che nella valutazione dei tassi d’inflazione e di crescita debbono essere considerate diverse varianti, oltre alla valuta. In altri termini: chi non usa il Franco CFA deve impegnarsi non poco per far sì che la sua moneta acquisisca una certa stabilità, atteso che non ha la garanzia implicita della Banca centrale europea. Al contrario, chi usa il Franco CFA deve sopperire a una minore capacità di agire sul valore della sua moneta sui mercati internazionali, con politiche a favore della crescita di altro genere.

Si ritiene che vi è anche una influenza della Francia sulle sue ex colonie, sia sulla politica monetaria che nei rapporti commerciali, nonché una sorta di diritto di prelazione ai prodotti francesi, fino alle condizioni di favore di cui godono le multinazionali francesi: Bolloré, nei settori dei trasporti e delle logistica; Bouygues, nel settore delle costruzioni; le aziende pubbliche Cogema, Areva e Orano, nel settore dell’uranio ed Elf Aquitaine e Total in quello petrolifero.

L’adesione è volontaria: nessuno impedisce a questi paesi di mantenere il cambio con l’euro, rivolgendosi direttamente alla Bce (che, verosimilmente, potrebbe investire sui titoli dell’area euro e non solo francesi). Se non sempre viene fatto è perché  si ritiene di utilizzare i buoni uffici della Francia. I paesi coinvolti, però, potrebbero in qualunque momento decidere di uscire dal Franco CFA e tornare alla moneta locale. Ovviamente da non sottovalutare è il fatto che i governi che aderiscono all’area faticherebbero ad avere una loro banca centrale, con una politica monetaria in grado di convincere il mercato internazionale dei cambi. Dal 2014 al 2018 dalle aree CFA è giunto sulle nostre coste il 15% dei migranti, dal resto dell’Africa il 43%.

Avvocato Iacopo Pitorri

La marcia antirazzismo “people” a Milano

Il 2 marzo 2019, decine di migliaia di persone (gli organizzatori parlano di più di 250mila) si sono ritrovate a Milano per prendere parte alla manifestazione antirazzista “People – prima le persone”, che ha sfilato nel centro della città per chiedere “inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri e senza barriere”. Si è trattato del secondo appuntamento, dopo la marcia dei centomila del 20 maggio 2017, che riportava la sigla “Insieme senza muri”.

Il  2 marzo 2019, decine di migliaia di  persone (gli organizzatori parlano di più di 250mila) si sono ritrovate a Milano per prendere parte alla manifestazione antirazzista “People –  prima le persone”, che ha sfilato nel centro del città per chiedere “inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri e senza barriere”. Si è trattato del secondo appuntamento, dopo la marcia dei centomila del 20 maggio 2017, che riportava la sigla “Insieme senza muri”.

A marciare pacificamente, tra la musica ad alto volume, slogan e tanti colori, vi erano famiglie, giovani, adulti e anziani provenienti principalmente da Milano, oltre che da altre città del nord Italia e perfino da centro e sud del Paese. Sparsi per il corteo, tra circa una decina di carri ed una moltitudine di bandiere con i colori della pace,tra la musica diffusa ad alto volume da una decina di carri e dalle bande e dai gruppi musicali sparsi per tutto il lungo corteo, e sotto centinaia di bandiere con i toni della pace ( e non bandiere politiche ), hanno sfilato insieme con diversi migranti e con le comunità straniere di Milano, anche politici ed esponenti a capo di associazioni, organizzazioni, movimenti, gruppi e collettivi che si occupano di migranti, diritti civili, pacifismo (le Acli, l’Arci, Amnesty, Legambiente, Comunità di Sant’Egidio, Caritas diocesana, Cgil, Cisl Uil). Anche le “mamme per la pelle”, giunte da tutta Italia con i loro figli adottivi, hanno attraversato le vie di Milano, riunite dietro lo striscione “il mondo che vogliamo è una storia a colori”.

A dire degli organizzatori la manifestazione è stata organizzata “per dire no alla politica della paura e alla cultura della discriminazione”, e chiedere “una politica fondata sull’affermazione dei diritti umani, sociali e civili, contro diseguaglianza, sfruttamento e precarietà”, e “un mondo che metta al centro le persone”.

Non sono mancate le bandiere della Ong Sea Watch. La nave, al momento, si trova a Marsiglia per ragioni di manutenzione, dopo aver lasciato Catania la scorsa settimana, con l’intento, però, di tornare per mare a metà marzo.

Il Sindaco di Milano, che ha espresso meritevoli pensieri riguardo la manifestazione, ha sottolineato che in un “momento di grande cambiamento per il Paese è questa la nostra visione di Italia”. E ancora “A livello di società ci troviamo a uno spartiacque. Da qui, da Milano può ripartire un’idea diversa d’Italia”.

Il 2 marzo 2019, decine di migliaia di persone (gli organizzatori parlano di più di 250mila) si sono ritrovate a Milano per prendere parte alla manifestazione antirazzista “People – prima le persone”, che ha sfilato nel centro della città per chiedere “inclusione, pari opportunità e una democrazia reale per un Paese senza discriminazioni, senza muri e senza barriere”. Si è trattato del secondo appuntamento, dopo la marcia dei centomila del 20 maggio 2017, che riportava la sigla “Insieme senza muri”.

A marciare pacificamente, tra la musica ad alto volume, slogan e tanti colori, vi erano famiglie, giovani, adulti e anziani provenienti principalmente da Milano, oltre che da altre città del nord Italia e perfino da centro e sud del Paese. Sparsi per il corteo, tra circa una decina di carri ed una moltitudine di bandiere con i colori della pace, tra la musica diffusa ad alto volume da una decina di carri e dalle bande e dai gruppi musicali sparsi per tutto il lungo corteo, e sotto centinaia di bandiere con i toni della pace ( e non bandiere politiche ), hanno sfilato insieme con diversi migranti e con le comunità straniere di Milano, anche politici ed esponenti a capo di associazioni, organizzazioni, movimenti, gruppi e collettivi che si occupano di migranti, diritti civili, pacifismo (le ACLI, l’ARCI, Amnesty, Legambiente, Comunità di Sant’Egidio, Caritas Diocesana, CGIL, CISL UIL). Anche le “mamme per la pelle”, giunte da tutta Italia con i loro figli adottivi, hanno attraversato le vie di Milano, riunite dietro lo striscione “il mondo che vogliamo è una storia a colori”.

A dire degli organizzatori la manifestazione è stata organizzata “per dire no alla politica della paura e alla cultura della discriminazione”, e chiedere “una politica fondata sull’affermazione dei diritti umani, sociali e civili, contro diseguaglianza, sfruttamento e precarietà”, e “un mondo che metta al centro le persone”.

Non sono mancate le bandiere della ONG Sea Watch. La nave, al momento, si trova a Marsiglia per ragioni di manutenzione, dopo aver lasciato Catania la scorsa settimana, con l’intento, però, di tornare per mare a metà marzo.

Il Sindaco di Milano, che ha espresso meritevoli pensieri riguardo la manifestazione, ha sottolineato che in un “momento di grande cambiamento per il Paese è questa la nostra visione di Italia”. E ancora “A livello di società ci troviamo a uno spartiacque. Da qui, da Milano può ripartire un’idea diversa d’Italia”.

Avvocato Jacopo Maria Pitorri

Migranti: calo degli sbarchi, aumento delle domande d’asilo

Dall’inizio del 2019 gli sbarchi sono diminuiti del 95%. Tuttavia coloro che sono impegnati  “In Migrazione”, Società Cooperativa Sociale nata nel 2015 dalla volontà di persone  impegnate nella ricerca, nell’accoglienza e nel sostegno agli stranieri in Italia, hanno svolto una recente indagine dalla quale è emerso che di contro a  sole 115 persone sbarcate a gennaio, ci sono state ben 3.409 richieste di asilo.

Già dal luglio del 2018 gli sbarchi di migranti sulle nostre coste si sono ridotti in maniera significativa. L’Italia e l’Europa, purtroppo, sono tutt’oggi coinvolte nelle rilevanti problematiche connesse all’arrivo di quasi due milioni di migranti lungo rotte clandestine nell’ultimo quinquennio. In particolare, il sistema di accoglienza italiano, sfortunatamente, risente dell’atteggiamento decisionale degli altri governi dell’Unione Europea, i quali  persistono nel mostrare scarsa solidarietà nell’integrazione di rifugiati e richiedenti asilo politico. Ne deriva che il sostegno europeo in merito ai ricollocamenti incide, attualmente, in misura estremamente carente e limitata sui considerevoli impegni dell’Italia. Come se non bastasse, neanche le  risorse finanziarie destinate dall’Europa all’Italia per far fronte all’emergenza hanno raggiunto un livello significativo. Al contrario, gli aiuti europei coprono solo una  parte delle spese italiane.

Come sopraddetto, in relazione al mese di dicembre del 2018, vi è stato un netta diminuzione degli sbarchi. Ciò nonostante, però, si è verificata una ingente crescita delle domande di protezione internazionale. Più specificamente, se prima dell’estate erano principalmente i nigeriani a presentare domanda di asilo, a seguito del potenziamento degli accordi Italia-Libia, ad oggi tale primato é  tornato ai pakistani. Ulteriormente è stato rilevato come i trafficanti di esseri umani abbiano tempestivamente trovato, e ampliato, altri canali per far arrivare in Italia i profughi, aprendo e rafforzando nuove rotte. Vi è stato, perciò, un netto aumento del  91% delle domande di asilo rispetto al mese di luglio del 2018.

Anche per quanto concerne il  risparmio sui conti pubblici dell’accoglienza, stimato circa in un miliardo e 540 milioni di euro, è stato rilevato che mentre nel primo mese del 2019 il risparmio rispetto al mese precedente è stato di 5 milioni e 200mila euro (ovvero appena lo 0,33% della stima), nel 2018 si è  risparmiato sull’accoglienza poco più di 80 milioni di euro (appena il 5% di quanto preventivato).

Alla luce di quanto emerso non può che evincersi, in tema di domande d’asilo, un trend in aumento, certamente un cambiamento non indifferente sul quale incidono non solo i numeri, ma diversi fattori. Per citarne uno, si rammenta che il diritto a chiedere asilo non è legato alla nazionalità delle persone, ma è un diritto soggettivo che chiunque può esercitare indipendentemente da ogni condizione personale, inclusa l’origine nazionale.

Avvocato Jacopo Maria Pitorri

Lo stato non paga l’albergatore che ha ospitato i migranti

Un notissimo hotel di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, famoso per essere stato la sede di importanti, prestigiosi eventi culturali, ha dovuto -purtroppo – chiudere per sempre le sue porte.

Un notissimo hotel di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, famoso per essere stato la sede di importanti, prestigiosi eventi culturali, ha dovuto -purtroppo –  chiudere per sempre le sue porte.

L’albergatore dell’hotel Plaza ha cessato la sua attività, atteso che non gli sono stati pagati  dallo Stato le dovute somme connesse all’accoglienza degli immigrati.

La vicenda ha avuto inizio nel 2016. La Prefettura si é rivolta al gestore dell’hotel Plaza, chiedendogli di ospitare un gruppo di migranti. L’albergatore non si é potuto rifiutare, per cui, per un anno e mezzo, le camere del Plaza sono state messe a disposizione di decine di richiedenti asilo. Sicuramente un gesto nobile, meritevole di apprezzamento, posto che nel considerare indispensabili li la dignità della persona umana e la solidarietà, l’accoglienza data dall’albergatore agli immigrati, non può che corrispondere alla giusta, adeguata risposta, dettata da spirito di fratellanza e  disponibilità nei riguardi di persone in difficoltà, con un vissuto alle spalle permeato per lo più da dolore e sofferenze.

Quando, successivamente, i migranti hanno lasciato l’albergo, al proprietario dello stesso avrebbe dovuto essere erogata dallo Stato una determinata somma, corrispondente ad Euro 35,00 al giorno per ciascun migrante.

Nulla di quanto stabilito é avvenuto e l’albergatore, ovviamente, si é venuto inaspettatamente a trovare in condizioni di disagio e difficoltà, a causa di quel mancato pagamento.

A fronte di ciò, trovandosi nell’impossibilità di sostenere le spese, il titolare dell’albergo si è visto costretto a chiudere i battenti.

L’importo di Euro 35,00 giornalieri, per ogni migrante, avrebbe dovuto coprire i costi del servizio di accoglienza, e dei servizi connessi ai cittadini stranieri richiedenti asilo erogati presso l’Hotel Plaza, fino al 31 dicembre 2017. Ne deriva che senza quei soldi, il  proprietario non abbia avuto la possibilità di finanziare la sistemazione della struttura, con relativa manutenzione ed opere di miglioria.

L’hotel, perciò, ha dovuto chiudere per sempre a metà del 2018.

Il Plaza di Villa San Giovanni, ad oggi, non esiste più.

A due anni di distanza dall’accaduto, al gestore del famoso hotel non resta che il credito di Euro 909mila euro (oltre all’amarezza per la chiusura delle porte del Plaza).

Un notissimo hotel di Villa San Giovanni, in provincia di Reggio Calabria, famoso per essere stato la sede di importanti, prestigiosi eventi culturali, ha dovuto -purtroppo – chiudere per sempre le sue porte.

L’albergatore dell’hotel Plaza ha cessato la sua attività, atteso che non gli sono stati pagati dallo Stato le dovute somme connesse all’accoglienza degli immigrati.

La vicenda ha avuto inizio nel 2016. La Prefettura si é rivolta al gestore dell’hotel Plaza, chiedendogli di ospitare un gruppo di migranti. L’albergatore non si é potuto rifiutare, per cui, per un anno e mezzo, le camere del Plaza sono state messe a disposizione di decine di richiedenti asilo. Sicuramente un gesto nobile, meritevole di apprezzamento, posto che nel considerare indispensabili li la dignità della persona umana e la solidarietà, l’accoglienza data dall’albergatore agli immigrati, non può che corrispondere alla giusta, adeguata risposta, dettata da spirito di fratellanza e disponibilità nei riguardi di persone in difficoltà, con un vissuto alle spalle permeato per lo più da dolore e sofferenze.

Quando, successivamente, i migranti hanno lasciato l’albergo, al proprietario dello stesso avrebbe dovuto essere erogata dallo Stato una determinata somma, corrispondente ad euro 35,00 al giorno per ciascun migrante.

Nulla di quanto stabilito é avvenuto e l’albergatore, ovviamente, si é venuto inaspettatamente a trovare in condizioni di disagio e difficoltà, a causa di quel mancato pagamento.

A fronte di ciò, trovandosi nell’impossibilità di sostenere le spese, il titolare dell’albergo si è visto costretto a chiudere i battenti.

L’importo di euro 35,00 giornalieri, per ogni migrante, avrebbe dovuto coprire i costi del servizio di accoglienza, e dei servizi connessi ai cittadini stranieri richiedenti asilo erogati presso l’Hotel Plaza, fino al 31 dicembre 2017. Ne deriva che senza quei soldi, il proprietario non abbia avuto la possibilità di finanziare la sistemazione della struttura, con relativa manutenzione ed opere di miglioria.

L’hotel, perciò, ha dovuto chiudere per sempre a metà del 2018.

Il Plaza di Villa San Giovanni, ad oggi, non esiste più.

A due anni di distanza dall’accaduto, al gestore del famoso hotel non resta che il credito di 909.000 euro (oltre all’amarezza per la chiusura delle porte del Plaza).

Avvocato Jacopo Maria Pitorri

I migranti della nave Diciotti fanno causa

In questi giorni è emerso un risvolto inaspettato, a distanza di sei mesi da un episodio che ha fatto molto discutere, in Italia e in Europa.

In questi giorni è emerso un risvolto inaspettato, a distanza di sei mesi da un episodio che ha fatto molto discutere, in Italia e in Europa.

Quarantuno dei centosettantasette migranti, eritrei, tra cui un minore, che erano a bordo della nave Diciotti, lo scorso agosto (che soltanto in data 20 agosto, dopo 5 giorni in mare, sbarcò al porto di Catania), hanno presentato un ricorso al tribunale civile di Roma per chiedere al governo italiano un risarcimento per essere stati costretti a rimanere a bordo dell’imbarcazione diversi giorni. La somma richiesta si aggirerebbe  tra i quarantaduemila ed i settantunomila euro.

Contestualmente è stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

La nave Diciotti è, ormai, diventata una nave simbolo, per l’Italia, soprattutto per l’Unione Europea.

Non vi è chi non ricordi che tutto era cominciato lo scorso 15 agosto, quando la suddetta nave militare aveva tratto in salvo 190 persone, in fuga dalla Libia. La mancata, tempestiva indicazione del  “porto sicuro” per lo sbarco, aveva inevitabilmente aperto una polemica con Malta per il negato salvataggio, posto che era stato chiesto all’Europa di farsi carico di una quota dei migranti, minacciando più volte anche il respingimento verso la Libia.

Dopo esser rimasta ferma al largo dell’isola di Lampedusa per ben cinque giorni,  allora, era stato individuato in Catania il porto di approdo. Tuttavia, dopo qualche ora, il Viminale aveva annunciato di non aver autorizzato lo sbarco. Da quel momento la nave  era rimasta in attesa di un’indicazione di attracco dalle autorità maltesi.

Le persone a bordo dell’imbarcazione (tra cui trenta minori non accompagnati) si erano, quindi, venute a trovare in uno stato di assoluta illegittima privazione della libertà di fatto, senza alcuna possibilità di libero sbarco, oltre che in condizioni psicofisiche estremamente critiche.

Dopo esser scesi dalla Diciotti,  gli stranieri si erano rifugiati presso le strutture di Baobab Experience.

Ed è proprio dalla tendopoli del Baobab, a Roma, che, oggi, alcuni legali sta assistendo i migranti nella richiesta di risarcimento danni, sostenendo di aver riscontrato una grave violazione dei diritti umani e la privazione della libertà personale senza un ordine giudiziario. Queste le basi su cui si fonda la richiesta nei confronti del governo italiano.

Al momento, tuttavia, molti migranti coinvolti nella vicenda Diciotti hanno già lasciato il nostro Paese.

In questi giorni è emerso un risvolto inaspettato, a distanza di sei mesi da un episodio che ha fatto molto discutere, in Italia e in Europa.

Quarantuno dei cento settantasette migranti, eritrei, tra cui un minore, che erano a bordo della nave Diciotti, lo scorso agosto (che soltanto in data 20 agosto, dopo 5 giorni in mare, sbarcò al porto di Catania), hanno presentato un ricorso al tribunale civile di Roma per chiedere al governo italiano un risarcimento per essere stati costretti a rimanere a bordo dell’imbarcazione diversi giorni. La somma richiesta si aggirerebbe tra i quarantaduemila ed i settantunomila euro.

Contestualmente è stato presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo.

La nave Diciotti è, ormai, diventata una nave simbolo, per l’Italia, soprattutto per l’Unione Europea.

Non vi è chi non ricordi che tutto era cominciato lo scorso 15 agosto, quando la suddetta nave militare aveva tratto in salvo 190 persone, in fuga dalla Libia. La mancata, tempestiva indicazione del “porto sicuro” per lo sbarco, aveva inevitabilmente aperto una polemica con Malta per il negato salvataggio, posto che era stato chiesto all’Europa di farsi carico di una quota dei migranti, minacciando più volte anche il respingimento verso la Libia.

Dopo esser rimasta ferma al largo dell’isola di Lampedusa per ben cinque giorni, allora, era stato individuato in Catania il porto di approdo. Tuttavia, dopo qualche ora, il Viminale aveva annunciato di non aver autorizzato lo sbarco. Da quel momento la nave  era rimasta in attesa di un’indicazione di attracco dalle autorità maltesi.

Le persone a bordo dell’imbarcazione (tra cui trenta minori non accompagnati) si erano, quindi, venute a trovare in uno stato di assoluta illegittima privazione della libertà di fatto, senza alcuna possibilità di libero sbarco, oltre che in condizioni psicofisiche estremamente critiche.

Dopo esser scesi dalla Diciotti, gli stranieri si erano rifugiati presso le strutture di Baobab Experience.

Ed è proprio dalla tendopoli del Baobab, a Roma, che, oggi, alcuni legali sta assistendo i migranti nella richiesta di risarcimento danni, sostenendo di aver riscontrato una grave violazione dei diritti umani e la privazione della libertà personale senza un ordine giudiziario. Queste le basi su cui si fonda la richiesta nei confronti del governo italiano.

Al momento, tuttavia, molti migranti coinvolti nella vicenda Diciotti hanno già lasciato il nostro Paese.

Avv. Jacopo Maria Pitorri

La nave salva migranti Alan Kurdi

Mentre nel Mediterraneo si continua inesorabilmente a perdere la vita (basti pensare che soltanto qualche giorno fa la croce rossa libica ha recuperato tre cadaveri dalla spiaggia di Sirte, oltre al fatto che sono già venti i corpi restituiti dal mare a febbraio), la nave della Ong tedesca Sea Eye ha lasciato ieri notte, 18 febbraio 2019, il porto spagnolo di Palma de Maiorca, diretta verso la zona Search And Rescue.

Mentre nel Mediterraneo si continua inesorabilmente a perdere la vita (basti pensare che soltanto qualche giorno fa la croce rossa libica ha recuperato tre cadaveri dalla spiaggia di Sirte, oltre al fatto che sono già venti i corpi restituiti dal mare a febbraio), la nave della Ong tedesca Sea Eye ha lasciato ieri notte, 18 febbraio 2019, il porto spagnolo di Palma de Maiorca, diretta verso la zona Search And Rescue .

Si precisa che le Ong sono organizzazioni senza fini di lucro, che operano in maniera indipendente dai vari Stati e dalle organizzazioni governative internazionali. Esistono in tutto il mondo e portano avanti con il loro operato campagne dall’inestimabile valore umanitario. Se ne é sentito parlare spesso, negli ultimi tempi, in tema di migranti. Le Ong denunciano i sempre più frequenti casi di respingimento di migranti in Libia ad opera di navi commerciali, che vengono coinvolte dalla Guardia costiera di Tripoli nel soccorso delle imbarcazioni che partono e che riportano indietro i migranti (nonostante la Libia non sia considerata un porto sicuro).

Questa nave, appena salpata, sarà l’unica presente nel nostro mare. E’, infatti, la sola imbarcazione umanitaria rimasta libera, coinvolta nella ricerca e nel soccorso di migranti nel Mare Mediterraneo. Torna, invero, a pattugliare le acque della zona Sar (Search And Rescue) libica, rimaste totalmente sfornite, private di tutela a seguito dell’ormai noto fermo della Sea Watch,  rimasta a Catania per ordine della Capitaneria di porto e delle autorità olandesi.

Sea Eye, organizzazione non governativa da tempo attiva nel Mediterraneo, ha ribattezzato questa imbarcazione, che ormai ha preso il largo, con il nome di Alan Kurdi, lo scorso 11 febbraio, a Palma De Maiorca, alla presenza del padre Abdullah Kurdi. La scelta è avvenuta al fine di ricordare Alan, il bambino siriano di tre anni, divenuto un simbolo della crisi europea dei migranti, dopo la morte per annegamento, nel 2015. La famosissima foto, scattata al ritrovamento del suo corpo senza vita su una spiaggia turca, con indosso una maglietta rossa,  e  il capo rivolto verso l’Europa, è diventata l’icona dei piccoli migranti che perdono la vita in mare, ed ha colpito le coscienze di popoli e governi europei e di tutto il mondo.

Il bimbo e la sua famiglia erano rifugiati siriani, che stavano tentando di raggiungere l’Europa via mare. A seguito del rifiuto di essere accolti in Canada, osando affrontare un pericoloso, terribile viaggio,  nel fare la traversata dell’Egeo, diretti verso la Grecia, erano stati vittime di un naufragio sulle coste turche, in cui purtroppo aveva trovato la morte il piccolo Alan. Insieme a lui erano morti suo fratello Ghalib e sua madre Rehana. Questa morte aveva inevitabilmente acceso non poche polemiche sulla crisi dei rifugiati, oltre ad un clamoroso dibattito diffusosi durante le elezioni federali canadesi del 2015, ed in generale in tutti i Paesi coinvolti dalla crisi dei migranti. Tant’è vero che il grave, tragico episodio aveva generato, ineluttabilmente, numerose risposte internazionali.

Non vi è dubbio, comunque, che il nome Alan Kurdi terrà vivo il ricordo di una tragica realtà: quella del dolore e della sofferenza; quella delle persone che, ogni giorno, annegano nel Mediterraneo.

Mentre nel Mediterraneo si continua inesorabilmente a perdere la vita (basti pensare che soltanto qualche giorno fa la croce rossa libica ha recuperato tre cadaveri dalla spiaggia di Sirte, oltre al fatto che sono già venti i corpi restituiti dal mare a febbraio), la nave della Ong tedesca Sea Eye ha lasciato ieri notte, 18 febbraio 2019, il porto spagnolo di Palma de Maiorca, diretta verso la zona Search And Rescue.

Si precisa che le Ong sono organizzazioni senza fini di lucro, che operano in maniera indipendente dai vari Stati e dalle organizzazioni governative internazionali. Esistono in tutto il mondo e portano avanti con il loro operato campagne dall’inestimabile valore umanitario. Se ne é sentito parlare spesso, negli ultimi tempi, in tema di migranti. Le Ong denunciano i sempre più frequenti casi di respingimento di migranti in Libia ad opera di navi commerciali, che vengono coinvolte dalla Guardia costiera di Tripoli nel soccorso delle imbarcazioni che partono e che riportano indietro i migranti (nonostante la Libia non sia considerata un porto sicuro).

Questa nave, appena salpata, sarà l’unica presente nel nostro mare. È, infatti, la sola imbarcazione umanitaria rimasta libera, coinvolta nella ricerca e nel soccorso di migranti nel Mare Mediterraneo. Torna, invero, a pattugliare le acque della zona Sar (Search And Rescue) libica, rimaste totalmente sfornite, private di tutela a seguito dell’ormai noto fermo della Sea Watch, rimasta a Catania per ordine della Capitaneria di porto e delle autorità olandesi.

Sea Eye, organizzazione non governativa da tempo attiva nel Mediterraneo, ha ribattezzato questa imbarcazione, che ormai ha preso il largo, con il nome di Alan Kurdi, lo scorso 11 febbraio, a Palma De Maiorca, alla presenza del padre Abdullah Kurdi. La scelta è avvenuta al fine di ricordare Alan, il bambino siriano di tre anni, divenuto un simbolo della crisi europea dei migranti, dopo la morte per annegamento, nel 2015. La famosissima foto, scattata al ritrovamento del suo corpo senza vita su una spiaggia turca, con indosso una maglietta rossa, e il capo rivolto verso l’Europa, è diventata l’icona dei piccoli migranti che perdono la vita in mare, ed ha colpito le coscienze di popoli e governi europei e di tutto il mondo.

Il bimbo e la sua famiglia erano rifugiati siriani, che stavano tentando di raggiungere l’Europa via mare. A seguito del rifiuto di essere accolti in Canada, osando affrontare un pericoloso, terribile viaggio, nel fare la traversata dell’Egeo, diretti verso la Grecia, erano stati vittime di un naufragio sulle coste turche, in cui purtroppo aveva trovato la morte il piccolo Alan. Insieme a lui erano morti suo fratello Ghalib e sua madre Rehana. Questa morte aveva inevitabilmente acceso non poche polemiche sulla crisi dei rifugiati, oltre ad un clamoroso dibattito diffusosi durante le elezioni federali canadesi del 2015, ed in generale in tutti i Paesi coinvolti dalla crisi dei migranti. Tant’è vero che il grave, tragico episodio aveva generato, ineluttabilmente, numerose risposte internazionali.

Non vi è dubbio, comunque, che il nome Alan Kurdi terrà vivo il ricordo di una tragica realtà: quella del dolore e della sofferenza; quella delle persone che, ogni giorno, annegano nel Mediterraneo.

Avvocato Jacopo Maria Pitorri